di Marcello Neri
Settimana News
22 marzo 2020

Non usciremo presto da questa situazione. Dovremo quindi imparare la pazienza dell’attesa e metterla in atto con fantasia e dolcezza dentro le relazioni gomito a gomito a cui siamo costretti. Chi ha perso qualcuno di caro sente, forse per la prima volta nella sua vita, il peso insospettato di non avere riti e gesti per prendere congedo da chi ci ha lasciato.

Ci rimane il nostro dolore, la nostra tristezza, la nostalgia per chi abbiamo perso. Certo, sono anche i momenti in cui riapprendiamo quell’ABC della preghiera – sia essa invocazione, lamentazione, grido lanciato al cielo, oppure semplice pensiero – che sembra essere radicato nella nostra natura più intima di esseri umani.

 

Celebriamo la morte per poter continuare a vivere

A questa dobbiamo trovare il modo di aggiungere poche forme di ritualità condivisa; e i mezzi di cui disponiamo oggi ce lo permettono. Certo, riunirsi in analogico vuol dire toccarsi, sentire il fremito dell’altro, abbandonarsi alle sue braccia. Dovremo fare senza per qualche tempo, forse anche lungo.

Eppure riunirsi in digitale ci permette di imbastire un piccolo rito in comune, tra distanti. Un testo da leggere, magari le Scritture per chi ne ha dimestichezza e di esse si fida davanti a quello che viviamo. Ma anche una poesia che ci è cara. Una favola se ci sono bambini che partecipano a questa piccola celebrazione via Internet. Poi, se si desidera, una parola, un ricordo, un piccolo memoriale su chi ci ha lasciati.

Solo celebrando possiamo riprendere in mano le redini impazzite del nostro quotidiano. Ci sono momenti in cui solo un popolo sacerdotale può navigare la storia che attraversa. Solo quando alcuni in esso, raccogliendo il desiderio di tutti, fanno in modo che si possa celebrare nelle nostre case: il lutto e la morte; il mangiare e il bere; il giocare e lo scherzare.

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