di Mauro Magatti
Corriere della Sera
20 marzo 2020

Che qualcosa di arcaico come un’epidemia sia riuscita a bloccare e a mettere in seria difficoltà una società avanzata come quella del Nord Italia ha qualcosa di sbalorditivo. Ci troviamo davanti a uno scenario inedito, che ci deve spingere a capire più in profondità il mondo in cui viviamo.

Con-tangere. È questa la radice etimologica di «contagio», la stessa di con-tatto. Dunque si tratta di un fenomeno che ha a che fare con quello che Heidegger chiama «essere con». Con l’inevitabile «toccarsi» del vivere sociale. Ma anche con l’esposizione alla natura, cioè a ciò che non é sotto il nostro controllo.

Ci siamo abituati all’idea di un mondo ad alta connessione. Siamo in comunicazione istantanea con ogni dove, mentre la nostra conoscenza dell’epidemia si aggiorna ogni minuto. Con-nessione, co-municazione, co-noscenza, tutte parole che, come con-tagio e con-tatto, si formano con il prefisso -co.

Contrariamente a quanto siamo portati a pensare, la terra non è abitata da miliardi di «Io» che vivono gli uni indipendentemente dagli altri e dall’ecosistema che li ospita. Che ce ne rendiamo conto o no, ognuno di noi vive «con» altri e altro da sé. Si può e si deve dunque dire che la vita sociale è sempre con. Anche se a cambiare sono i modi in cui questo con viene organizzato. Persino la con-correnza (che etimologicamente significa «correre insieme») dovrebbe essere correttamente intesa in questo senso. Per non dire nulla della col-laborazione, della co-operazione, della co-munità.

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