di Savino Pezzotta

Mi sarebbe piaciuto poter discutere, come fatto tante volte, di questioni sociali e politiche, invece debbo, mio malgrado, intervenire sul coronavirus: mi sto chiedendo quanto tempo ci vorrà perché questa epidemia sia debellata? e quali saranno le conseguenze economiche, ma soprattutto come influirà sul nostro modo di vivere? sui nostri sistemi sociali? sulla psicologia collettiva? sul lavoro e l’impresa?

Sono tutte domande che vengono quasi spontaneamente al pensiero e alle quali non si è ancora in grado di dare una risposta compiuta.

In questi giorni mi è tornato alla mente il racconto che quand’ero ancora bambino mi faceva una persona molto anziana (sui 90 anni) che abitava nel cortile vicino a casa mia. Mi parlava della “Grande Guerra” – come definiva il conflitto del 1915-1918 – e di quanti morti c’erano stati, ma anche della paura avuta dal manifestarsi di un’influenza, scoppiata nel 1918, che era stata denominata “spagnola” e che aveva mietuto più vittime della guerra (un terzo degli 1.8 miliardi di persone che vivevano nel mondo). Di quella catastrofe ne abbiamo perso conoscenza.
Quando fu firmato l’armistizio che metteva fine a quella che il Papa Benedetto XV aveva definito come “l’inutile strage”, migliaia di persone felici affollarono le piazze contribuendo alla diffusione del virus. I soldati che tonavano nei loro paesi, dopo aver molto sofferto nel conflitto, contribuirono a diffondere l’influenza in molte parti del mondo.

Fu una cosa tremenda, spaventosa, subita in molti casi passivamente. Ma la pandemia ha provocato una reazione che ha portato a far emergere l’esigenza di una assistenza sanitaria generale in molti paesi.

Oggi, innanzi al diffondersi del “coronavirus” l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ha avvertito che una nuova pandemia è possibile e che la sua diffusione è strettamente legata ai sistemi di vita che abbiamo praticato e che ancora pratichiamo. La globalizzazione è stata un sistema di interdipendenze che ha certamente contribuito a ridurre la povertà, a diffondere nuove tecnologie, conoscenze che hanno reso meno faticoso il vivere e che hanno accresciuto le capacità d’intervento dei sistemi sanitari, ma di certo ha reso il mondo più fragile.

La comunità internazionale non è ancora sufficientemente preparata per affrontare i rischi per la salute. Eppure, il 23 settembre del 2019, nel contesto della 74esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, i leader mondiali hanno adottato una dichiarazione politica di rilevanza storica sulla copertura sanitaria universale (UHC): si tratta dell’accordo più completo mai raggiunto sulla salute globale.

Ormai è chiaro, dopo le epidemie come Ebola e avaria, le malattie come AIDS o la ripresa della Malaria e l’attuale irruenza a livello mondiale del coronavirus, la salute è diventata una questione politica da gestire a livello mondiale. La copertura sanitaria universale (UHC) deve diventare un impegno politico prioritario e la sua realizzazione deve mobilitare i massimi livelli istituzionali a livello internazionale, continentale e nazionale. I parlamenti devono attivarsi per tradurre quest’impegno in dispositivi normativi.

Solo alcuni mesi fa, la maggior parte di noi non sapeva nulla del coronavirus; oggi questo è sulla bocca e nei pensieri di tutti e, nei cinque continenti, la domanda che sorge è: come proteggersi da questo male spaventoso e nuovo e come prevenirne di ulteriori.

La situazione sanitaria che stiamo attraversando, evidenzia maggiormente come le disuguaglianze sociali e culturali si stanno ampliando nel mondo e nei singoli paesi, compreso il nostro. Nonostante i nostri sistemi di protezione sociale si siano rilevati abbastanza efficienti, anche per merito di chi vi opera, rileviamo che il Covid-19 non colpisce allo stesso modo tutta la popolazione: i più anziani sono principalmente minacciati, ma anche i pazienti che già soffrono di gravi patologie. Ma anche le persone che vivono in situazioni precarie, come i senzatetto, i poveri, i disoccupati, i senza lavoro, gli immigrati, le persone con disabilità sono più colpite di altre: possiamo accontentarci di invocare la fatalità? o dobbiamo riflettere sui meccanismi sistemici che determinano e aggravano le disparità?

Bisogna essere guardinghi perché senza che ce ne rendiamo conto, le disuguaglianze s’inseriscono nelle stesse misure essenziali e necessarie messe in atto per prevenire e contenere la diffusione dell’epidemia (non uscire di casa, chiusura delle scuole, ecc.) Accompagnare figli, tenuti in casa, nell’apprendimento scolastico, quando non si ha familiarità con le materie insegnate, quando non si è dotati di apparecchiature informatiche, è una grande sfida, molto penalizzante per gli studenti ma anche per i famigliari che soffrono nel non sentirsi competenti.

Non è la stessa cosa essere confinati in un piccolo appartamento, nel cuore di un quartiere di cemento, che in una casa con un giardino.

È angosciante essere costretti a una disoccupazione temporanea, piuttosto che essere in grado di continuare il proprio compito come stanno facendo in diversi nel telelavoro.

La prima risposta alla crisi sta nella responsabilità: rispettare le regole decise dalle istituzioni politiche e sanitarie, più sarà contenuta l’epidemia, più velocemente riapriranno le scuole, riprenderà il lavoro, la vita sociale e relazionale. Non tutto tornerà come prima e già da ora ci è richiesta una diversa attenzione al futuro e una diversa impostazione dei nostri stili di vita.

Bisogna cercare di vivere nell’isolamento, accettato e praticato, senza perdere il senso della solidarietà: da praticare anche attraverso piccoli gesti di attenzione verso gli altri: più telefonate del solito, offrendo servizi (acquisti ad esempio), si tratta di manifestare in ogni modo la vicinanza. Dobbiamo imparare a praticare nuove forme di convivialità, di comunità anche virtuali ma con significato spirituale e religioso, anche con le Chiese chiuse.

Da questa tempesta che ci è capitata addosso, dobbiamo cercare di trarre tutti gli insegnamenti possibili. Non si tratta solo di combattere contro il virus, ma anche tutto ciò che può indebolire la nostra umanità: la solitudine, gli egoismi e l’indifferenza e per cercare di far avanzare, con umiltà e costanza, il “noi” rispetto all’”Io”.