Claude Monet, Le Ninfee, 1914-26
Olio su tela, 200 x 1275 cm, tre pannelli di 200 x 425 cm
Parigi, Musée de l’Orangerie

Nel novembre 1918, all’indomani dell’armistizio che siglava la fine della guerra, l’ormai celeberrimo Monet offrì allo Stato francese “due pannelli decorativi” per celebrare la Vittoria. A causa però dell’incremento repentino del numero delle opere realizzate e previste per quel ciclo dallo stesso Monet, le tele non furono consegnate quell’anno. C’era la necessità di trovare un luogo appropriato a cui destinare le numerose tele. Nel settembre del 1920 Claude Monet, ormai ottantenne, maturò l’idea di costruire per i tredici pannelli eseguiti fino ad allora, un edificio di pianta circolare nel giardino del Musée Rodin a Parigi, ma un’altra soluzione si affacciò nel 1921: fu Georges Clamenceau, amico di vecchia data del pittore, ad individuare l’Orangerie per il ciclo monetiano. Una sede più ampia e prestigiosa anche per l’annessione al Musée du Luxembourg di quello stesso anno.

La consegna dei pannelli avvenne però solo nel 1927 tramite gli eredi. In quei lunghi anni precedenti, intercorsero dubbi, inquietudini umorali e problemi fisici dovuti anche al fatto che l’impresa fu colossale: ben ventidue pannelli raccolti in otto composizioni e disposti in due sale ellissoidali di dimensioni differenti. L’illuminazione delle sale proveniva dai lucernari sul soffitto, come nell’atelier in cui il pittore aveva eseguito le opere.

Se il soggetto delle ninfee a cui Monet si applicava da decenni, aveva avuto origine nello stagno fatto realizzare appositamente nel giardino di Giverny, per il ciclo pittorico seriale de “Le ninfee” dell’Orangerie scelse una modalità di lavoro estranea al mondo e al metodo impressionista: dipinse nell’atelier, senza interferenze o distrazioni, alla ricerca di un processo pittorico in cui la memoria delle cose (le ninfee, i salici, i riflessi nell’acqua) avrebbero sostituito l’impressione ottica. Addensata in spessori sensibili di colore, la pittura passava attraverso un filtro soggettivo per offrirsi come esperienza totalmente coinvolgente.

L’esigenza di Monet di predisporre le opere in sale ellittiche rispondeva alla volontà di immergere lo spettatore in un ambiente in cui la fruizione della pittura fosse anche un’esperienza fisica. Ma era soprattutto l’organicità interna alle tele ad indurre l’effetto di dilatazione e contrazione dello spazio: l’uso di punti di vista diversi a partire dal primo piano, dove le foglie circolari delle ninfee sono riprese dall’alto, fino all’estremità superiore dove si appiattiscono. L’esclusione della linea dell’orizzonte confonde la percezione della realtà: le ninfee galleggiano sulla superficie dell’acqua invasa dai colori mutevoli del cielo, le nuvole consumano il piano orizzontale dell’acqua, e ciò che rimane è la pittura.

Ho ripreso delle cose che sembravano impossibili a farsi: dell’acqua con dell’erba che ondeggia sul fondo… Stupendo da vedere ma pura follia a volerlo fare.” – Claude Monet in una lettera allo scrittore G. Geoffrey.