Terza traccia dell’album Weld (Reprise, 1991)

Se l’Apocalisse si potesse condensare in cinque minuti o poco più, probabilmente non troverebbe una colonna sonora più fedele. Correva l’anno 1991 e Neil Young, all’interno di una delle sue raccolte più rumorose ed efficaci, incide un live deflagrante, che odora di fumo e di macerie. Stravolge – omaggiandolo – uno dei capisaldi del folk-rock, quella “Blowin’ in the Wind” che generazioni di americani hanno imparato il secondo giorno che hanno imbracciato una chitarra. Ed è un tributo vero, ponte ideale fra il Vietnam ed il Golfo Persico, perché solo così ha senso omaggiare Dylan.

Young e Dylan (insieme a Springsteen) rappresentano, nella geniale definizione di Piero Scaruffi, la grande triade di voci morali della musica popolare americana. Il menestrello di Duluth presta la sua parola politica al profeta esistenzialista del rock. Il risultato è potente, e l’inferno là fuori riverbera dentro chi ascolta, specie se ad alto volume.

L’intro del brano è un abbraccio mortale tra le bombe, il rumore degli elicotteri e la chitarra elettrica – mai così distorta – dell’old man from Toronto. Quantomeno inusuale, eppure… ci ricorda dannatamente qualcosa. Quella distorsione, quell’incedere lento ma incalzante, quei fischi dell’amplificatore a lacerare un inno senza tempo. È la stessa operazione che propose Hendrix, in quell’alba a Woodstock, con l’inno americano. Ora però siamo al crepuscolo, sono passati vent’anni e le stars and stripes sono tramontate.

Fra le note del cantautore riecheggiano interrogativi, forse anatemi, senza confini. Scagliati contro nemici che, visibili o meno, non per forza se ne stanno là fuori. Spesso si barricano, in quarantena, dentro ciascuno di noi.

E quante orecchie dovrà avere un uomo prima di poter sentire la disperazione della gente?
E quante morti ci vorranno prima che egli riconosca che in troppi sono morti?