28 maggio 2019
Io non sono preoccupato di Salvini. Sono preoccupato invece per i cattolici che si sono lasciati afferrare dal rancore e si sono prostrati ai suoi piedi

E’ indubbio che un vincitore chiaro di queste elezioni europee ci sia. E non mi riferisco tanto a Salvini, quanto al sentimento predominante in Italia, che pur avendo target diversificati, tende a coagularsi in un calderone unico. Non è la paura. Troppo spesso indicata come motore delle scellerate scelte politiche di molti. Parlo, invece, di ciò che ha generato quella paura, un sentimento ancora più profondo: il rancore.

Già in tempi non sospetti, nel 2008, Aldo Bonomi aveva individuato questo “legante” di fondo che, pur dentro le frammentazioni egoistiche che la società italiana sta attraversando, tiene insieme chi apparentemente non potrebbe stare insieme. Ed è indubbio che anche l’esperienza del governo giallo-verde stia in piedi proprio sulla possibilità di entrambi i partiti di poter vivere il potere come rivalsa per il rancore che ne attraversa gli aderenti.

Il rancore è un sentimento che ha a che fare con le promesse tradite, con la sensazione di perdita di ciò che pensavamo fosse nostro diritto, che per colpa (vera o presunta) di qualcuno che funziona da capro espiatorio, abbiamo gradualmente perduto, fino a farci sentire in pericolo. Genera paura, ma si muove non da un dato di realtà, ma dalla aspettativa mentale che avevamo sulla realtà e che, invece, non si è realizzata.

Dagli anni ’80 in poi, in quasi tutti i settori della realtà, molti italiani hanno cominciato a sentirsi “traditi” nelle loro aspettative. L’elenco delle cose che in Italia non funzionano è lunghissimo e di pari passo è altrettanto lungo l’elenco degli imput sociali che invece hanno continuato a martellarci in testa il nostro diritto intangibile a vedere soddisfatte le nostre aspettative, a qualsiasi prezzo, in qualsiasi campo. Così quando nel 2008 la crisi economica ha cominciato a mordere, quella tendenza a sentirsi “traditi” è esplosa diventando dominante sociale: i sogni si sono infranti e la rabbia si è velocemente incancrenita nel rancore.

Le novità politiche sulla scena Italiana da allora hanno tutte tentato di dare corpo a questo rancore, ognuna presentandosi come “il salvatore” di turno, che avrebbe potuto ristabilire le sorti della aspettative tradite. Prima Renzi, per chi si sentiva tradito da Berlusconi, poi M5S, per chi si sentiva tradito dal sistema e dalla casta, poi la lega di Salvini, per chi si sentiva tradito dagli effetti globali della crisi sociale ed economica.

Ma, al di là delle motivazioni e condizioni dei singoli casi, sia Renzi che M5S, hanno avuto una parabola politica identica: grande fiammata iniziale con raggiungimento del picco di consenso in pochissimo tempo e altrettanto brusca caduta, quando anche qui si è mostrata l’incapacità di ristabilire le sorti della aspettative tradite. Salvini ha davanti la stessa parabola: ora sembra essere in ascesa, o forse la culmine, ma facilmente sarà travolto, quando anche lui si rivelerà incapace di ristabilire le sorti della aspettative tradite. Perché il rancore fa prestissimo a rivoltarsi contro chi lo cavalca. La storia insegna!

Il problema di fondo non è chi sia il “salvatore” vero, ma il fatto che si continui a cercare un “salvatore”, senza rendersi conto che il rancore è proprio ciò che continua ad alimentare la frammentazione sociale su cui il mercato può avere campo libero dentro la persona e fargli compare qualsiasi cosa. Ancora non ci rendiamo conto che vivere di rancore è l’essenza del lato più disumano della post-modernità, quella con cui le persone non valgono nulla, nemmeno chi comanda, ma tutti siamo ingranaggi di un meccanismo che mette in scena ogni giorno l’alterazione programmatica della realtà umana, per fini puramente economico finanziari.

Io non sono preoccupato di Salvini. E’ una pedina nelle mani della lobby sovranista internazionale, che ci metterà pochissimo a scaricarlo appena le questioni economiche serie verranno al pettine e la gente comincerà a voltargli le spalle. Sono preoccupato invece per i cattolici che si sono lasciati afferrare dal rancore e si sono prostrati ai suoi piedi. Quelli che vivono contro la post-modernità e non si rendono conto che la loro reazione è l’essenza più bieca proprio della post-modernità. Quelli che vivono contro una società che ha tradito i valori non negoziabili, contro una storia che ha tradito le proprie identità e le rimescola a piacimento, contro una Chiesa che ha tradito la fede vera del passato, contro un papa che ha tradito la dottrina, contro una teologia che ha tradito la tradizione, contro una spiritualità che ha tradito i segni miracolosi di Dio, contro i cattolici che hanno tradito la fede perché non la pensano come loro.

A loro vorrei chiedere: ma davvero siete felici di vivere tutto questo rancore? Forse offre un senso alle vostre giornate e alle vostre vite, ipotizzo un po’ “sgarrupate”. Ma le vite di tutti sono “sgarrupate”, e non per questo tutti provano a mascherare il loro mancato amore attraverso il rancore. Esistono anche cattolici che sanno ancora reagire diversamente, vivendo il sentimento che è il contrario del rancore: la mitezza. Che non è essere accondiscendenti, buonisti, illusi, deboli. E’ un’altra cosa, spesso sconosciuta da chi vive nel rancore: liberare con gioia ciò che dentro di noi è capace di produrre amore, senza timore di affrontare l’arroganza e mistificazione, con il silenzio di chi, a testa alta, non distoglie lo sguardo; ma non per dare un giudizio all’altro, ma solo per comprendere anche là dove non sembra esserci sensatezza. E così, nel concreto della realtà, quella fatta di corpi e di persone, non quella mistificata del web, cercano di continuare ad amare come Cristo ha fatto. Auguro a chi vive il rancore di poter fare questa esperienza. Non avete idea di quanto ci si stia bene!