La macchina del bene: 60 volontari genovesi, solidarietà a tonnellate

in “il Fatto Quotidiano” del 10 giugno 2019 Se volete sentirvi piccoli piccoli, dei signori nessuno, venite qui. Vi si squaglierà ogni alterigia. “Qui” significa un palazzotto eccentrico nel mezzo degli svincoli più ermetici e sfrontati di Genova ovest, Sampierdarena. Si chiama Musica for Peace (“creativi della notte”, sta scritto sopra). Vi si danno regolare appuntamento una sessantina di volontari. Obbligo di ritrovarsi il martedì sera per discutere e progettare, e almeno tre ore di lavoro a settimana, e se non mantieni l’impegno “amici come prima ma lì si chiude”. Perché dentro lo strambo immobile funziona, e deve funzionare al millimetro, qualcosa di simile a una macchina del bene. Vi si è appena chiuso il nono festival dell’associazione, ed è stato un successone. 80mila presenze.

Cento artisti, 50 società sportive, 110 tra palestre e scuole di danza, ambasciatori e consoli a gogo. Per entrare a sentire dibattiti e concerti, a cui ogni artista viene completamente gratis, non si pagano biglietti in euro. Li si paga invece in generi di prima necessità: alimentari, prodotti igienici, medicinali e materiale didattico. “Perché chi viene si senta coinvolto davvero, visto che deve andarsi a procurare qualcosa da donare a poveri, anziani, malati, bambini. E scegliere, pensarci. In questo modo il rapporto di solidarietà si allunga, ti impegna mentalmente, fisicamente”.

Una filosofia creativa, che risponde al sorridente rigore con cui tutto qui viene condotto. Valentina Gallo è una delle persone che ci passano la vita, uno stipendio austero, “si sta qui senza orari, fino a che si finisce quel che c’è da fare, non è lavoro da ufficio”, scherza insieme a Michela. Non c’è qui dentro uno solo che non sia contento di dare una mano appena può. Chiara e Fred, Glauco e Lara. O Francesca. Eppure è un andirivieni di pacchi e di persone. Il motto è “Concretezza, trasparenza e comunicazione”. Con messaggio ben chiaro: noi non maneggiamo denaro privato. Nacque tutto con il genio e la barba di Stefano Rebora, direttore artistico di locali in tutta Europa. Valentina, 37 anni, lunghi capelli neri e tanta gratitudine per l’ex sindaca, “la Marta, che ci ha aiutato a nascere”, snocciola con pazienza veloce le attività della Onlus. Il progetto Solidarscuola, 150 istituti e 20mila studenti in tutta Italia, con educazione civica, diritti umani ed educazione ambientale.

Oppure il progetto “dalla gente per la gente”, sei tonnellate di aiuti gratuiti consegnate ogni mese, assistenza medica gratuita grazie a una trentina di medici volontari. E naturalmente il progetto “Che festival”, musica, teatro, sport, cultura, l’adrenalina a mille, epperò 30 tonnellate di materiale raccolto in dieci giorni. E poi “Cooperazione internazionale”, con i prodotti che non vengono spediti ma vengono portati personalmente per assicurarsi che tutto arrivi dove deve; e anche per vedere dal vivo bisogni e urgenze e raccontarli ai donatori. Mete privilegiate: Kurdistan e Palestina. “In particolare Gaza”, precisa Valentina, “perché è difficile trovare altrove una simile somma di drammi e di problemi”. Qui il linguaggio è multiculturale in tutti i sensi. Va dal “fidelizzare gli stakeholders” all’ “impatto sociale importante”.

Tutto, del vecchio immobile abbandonato, è stato ripristinato o ricostruito dai volontari. Con materiale usato, legno e mobili, piastrelle e vecchie putrelle, da cui sono nati in geometrie impeccabili i magazzini, il bar, la biblioteca. Il tramonto inonda il campo sportivo polivalente, calcio, basket e pallavolo, mentre la terrazza panoramica dà un tocco da signori a una struttura sobria e castigata. “La nostra attività principale? La sensibilizzazione. Perché se questa non c‘è non si fa nulla di profondo, non si fa nessun cambiamento” (e dentro di me ringrazio Valentina perché non dice “non si va da nessuna parte”…).

Sono oltre 500 le famiglie che risultano sensibilizzate direttamente ogni settimana attraverso la raccolta dei beni di prima necessità. Ed è un fenomeno che non conosce età. “Un giorno trovammo tra gli alimentari la merenda donata da un bambino, ancora nell’involucro di stagnola. Un’altra volta un bimbo di 8 anni ci rimproverò perché tra gli articoli della Costituzione richiamati nei cartelli mancava il numero 8, quello sulla libertà religiosa. ‘La libertà di religione è importante’ ci spiegò”. Piccoli miracoli quotidiani. A centinaia. Capite ora perché dopo 10 minuti qui dentro vi sentite piccoli? Il guaio è che in copertina queste persone non ci finiscono comunque.