VIAGGIO NELLA MEMORIA CIVILE vol.2
Domenica 19 maggio 2019
Don Andrea Gallo, una porta sempre aperta
Fabrizio De Andrè, il principe libero

Il racconto di Chiara.

La quarta tappa del percorso Memoria Civile vol.2 ci ha portato a Genova per incontrare le figure di don Andrea Gallo e Fabrizio De André.

Raggiungiamo una piccola casa parrocchiale, dove don Gallo è stato accolto dal parroco don Federico Rebora, dopo aver deciso di rinunciare all’incarico sull’isola di Capraia offertogli dalla Curia per “isolarlo”. Qui, ha continuato ad impegnarsi per i più poveri e fragili del quartiere e, insieme ad un piccolo gruppo, ha fondato la comunità di San Benedetto al Porto che dopo tanti anni continua nella sua opera di accoglienza.

Incontriamo Lilli, grintosa ottantacinquenne che da 30 anni vive nella comunità e che ci porta testimonianza di don Gallo e del suo modo di vivere il Vangelo messo in pratica “sui marciapiedi”. Racconta che la notte don Gallo non dormiva, rimaneva nel suo studiolo al piano terra con una candela accesa e chiunque poteva bussare alla sua finestra per chiedere aiuto o semplicemente per parlare con lui. Per lui la cosa più importante era agire “perchè i poveri contino, abbiano la parola”.
Insieme a lei, abbiamo incontrato alcuni dei ragazzi accolti attualmente nella comunità. Ognuno di loro ha storie diverse, ma tutti sono accomunati da un percorso di crescita personale che mette al centro la qualità delle relazioni con gli altri e il servizio per il bene comune, di tutti. Infatti, la Comunità di San Benedetto al Porto ha scelto di accogliere piccoli numeri di ragazzi per poter curare le relazioni come in una grande famiglia. Un ragazzo ci dice: “condividere la giornata in gruppo è impegnativo, non hai mai un momento di solitudine, ma solo così capisci l’importanza delle relazioni e come gestirle al meglio; i compagni sono specchi di te stesso e ti fanno capire quali tratti del tuo atteggiamento devi migliorare.”
I ragazzi svolgono diverse attività come il servizio mensa e la raccolta e redistribuzione delle eccedenze alimentari; inoltre, gestiscono un piccolo negozio solidale in cui vestiti e oggetti inutilizzati possono essere ricomprati con un offerta simbolica. Con queste attività, i ragazzi sperimentano l’importanza del servizio e dicono che “il sentirsi utili per gli altri fa bene a se stessi.”
L’ascolto, la condivisione, il mettersi nei panni dell’altro, il cercare di comprendere perché uno sta male sono piccole attenzioni quotidiane. Il “perché” è fondamentale: allontana dal giudizio e avvicina alla vera persona.

Dopo un pranzo tipico con pasta al pesto e focaccia ligure, ci avviamo verso il centro storico di Genova dove ci attende Giacomo D’Alessandro, un giovane ragazzo appassionato di musica e impegnato al servizio della sua comunità: insieme a lui scopriamo i carruggi, stretti e caratteristici vicoli di Genova, e la figura di Fabrizio De’ André.
Iniziamo da via Pré, il centro del quartiere multiculturale, ancora considerato un “ghetto”, una zona poco visitata e con molte contraddizioni, che oggi rivive grazie agli stranieri immigrati. Sulla via si affacciano negozi etnici e tipiche botteghe genovesi, i vicoli laterali sono molto stretti e si aprono su ombrose piazzette in cui i bambini di diverse nazionalità giocano insieme. Qui, di fianco al centro aggregativo e di doposcuola La staffetta, Giacomo ci canta “La città vecchia” di De Andrè: Nei quartieri dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi (…) Se tu penserai e giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese; ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo.

Proseguiamo passando per altri punti storici di Genova in cui da molti anni sono presenti alcune realtà che aiutano i più poveri. Giacomo ci mostra alcune realtà gastronomiche e commerciali che hanno un’impronta sociale e che hanno preso piede negli ultimi tempi. Arriviamo nella famosa Via del Campo dove De’ André ha passato molto del suo tempo: da borghese altolocato si è calato nella Genova più povera e fragile per conoscerne miseria e contraddizioni che poi ha raccontato nelle sue canzoni. Gli stessi racconti che anche don Gallo viveva ogni giorno: “Quanti Geordie o Michè, Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, “verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame”. Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le musa del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione e ho scoperto con te, camminando in Via del Campo, che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Infine, Giacomo ci porta a visitare il Centro Banchi, una porta aperta per il dialogo e la ricerca, un centro di aggregazione, di comunità, uno spazio per eventi culturali, religiosi e ritrovi di associazioni o gruppi. Giacomo e altri tre ragazzi fanno vita di comunità all’interno del Centro. “Abbiamo avuto l’idea di trasferirci a vivere qui, creando una piccola comunità, continuando le nostre attività lavorative all’esterno. Ci piaceva l’idea che un posto vuoto e in disuso potesse diventare accogliente e accessibile, semplicemente per il fatto che qualcuno lo abiti e lo viva, aprendolo agli altri.”