per Notiziario Santalessandro

In una pagina dell’Ethica (1677), trattando del ruolo degli affetti nella vita umana, Baruch Spinoza definiva la letizia come «la passione per la quale la mente passa a una perfezione maggiore»; la tristezza, all’opposto, è «la passione per la quale essa passa a una perfezione minore»: infatti, l’odio, la paura e gli altri sentimenti secondari che dalla tristezza derivano isteriliscono la mente, bloccano la sua naturale propensione a espandersi. Proprio all’opera di Spinoza fa riferimento il titolo di un famoso libro scritto a quattro mani dagli psicoanalisti Miguel Benasayag e Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2007. 

Nato a Buenos Aires nel 1953, Miguel Benasayag era stato imprigionato e torturato nel periodo in cui in Argentina era al potere una giunta militare; emigrato in Francia – il Paese d’origine della madre – nel 1978, ha coordinato diverse esperienze di «psichiatria alternativa»; attualmente vive a Parigi, dove si occupa di problemi dell’infanzia e dell’adolescenza. 

Sabato 18 maggio alle 14.30, in piazza Vecchia, egli sarà ospite-relatore del BergamoFestival «Fare la Pace» (www.bergamofestival.it): dialogando con il giornalista dell’Eco di Bergamo Carlo Dignola, Benasayag ritornerà sulle tesi esposte in un altro suo libro, anch’esso edito da Feltrinelli, Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa. In questo volume, si considera criticamente lo «stato dell’arte» delle diverse scuole di psicoterapia e si richiamano gli operatori “psi” a un compito spesso trascurato: nella relazione terapeutica, bisogna «comprendere ciò che, nel racconto del paziente, si delinea come una tangente, ciò che va dalla parte della vita e del desiderio»; occorre, soprattutto, aiutare le persone a emanciparsi dalle «malsane immagini di felicità e di normalità» che la cultura del nostro tempo tende a proporre-imporre.

Professor Benasayag, ne L’epoca delle passioni tristi lei e Schmit affermate che molte forme di disagio individuale oggi vanno comprese sullo sfondo della «tristezza diffusa che caratterizza la società contemporanea».

«Con una metafora nautica, potremmo dire che l’obiettivo tradizionale del sostegno psicologico era quello di aiutare i pazienti a riorientarsi, a lasciarsi alle spalle una tempesta per raggiungere un porto sicuro; oggigiorno, però, la maggior parte delle persone sembra convinta che un porto d’arrivo non esista più, che la situazione di crisi costituisca una regola generale. Questo sentimento è legato a un’inversione di segno del futuro: rispetto a cinquant’anni fa, la fiducia tipicamente “moderna” nella positività dell’avvenire si è trasformata in paura; si tende a pensare che l’uomo sia completamente in balia delle forze irrazionali che muovono la storia. Non si tratta di considerazioni teoriche: chiunque operi nei settori della cura, dell’assistenza sociale e dell’educazione fa esperienza ogni giorno di un diffuso senso di precarietà e di sfiducia. Questo vale, a maggior ragione, per i genitori nel rapporto con i figli».

Siamo davvero sicuri che, con la fine della modernità, siano venute meno tutte le grandi «visioni del mondo»? L’individualismo postmoderno non costituisce a sua volta una potente rappresentazione ideologica della realtà?

«Sì, assolutamente.  Sono tramontate le “grandi narrazioni” sul mondo e sulla destinazione ultima della storia universale, ma gli esseri umani hanno ancora un immaginario di riferimento, degli schemi mentali che permettono loro di interpretare le situazioni e gli eventi, di spiegare il perché e il come di ciò che accade.  In particolare, la paura – come sentimento di fondo dell’epoca presente – porta a rescindere i legami con il mondo e con gli altri. Come molti altri organismi viventi gli uomini, sentendosi minacciati, tendono a fuggire e a rinchiudersi in loro stessi. Aggiungerei che questa solitudine finisce per riflettersi dentro di noi: non siamo separati solo dai nostri simili, ma anche dalle dimensioni più profonde della nostra soggettività. L’individuo contemporaneo pare strutturato in chiave “modulare”: è ripartito in due o tre moduli (l’intelligenza esecutiva, per esempio) che risultano più importanti di altri nel contesto di un’economia neoliberista ed è valutato per le sue performance in questi ambiti. Pensiamo a quanto sta succedendo attualmente nelle scuole, dove si predica che gli sforzi di tutti, allievi e insegnanti, devono essere orientati allo sviluppo di “competenze” (detto senza eufemismi: di strategie idonee a sopravvivere e ad affermarsi in un mondo caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti)». 

Che cosa perdiamo, sottomettendo le nostre vite al principio dell’utilità/produttività? 

«L’editrice Vita e Pensiero ha appena pubblicato un mio volumetto con un titolo in forma di domanda, Funzionare o esistere?.  Sia chiaro, io non intendo contrapporre “ontologicamente” queste due dimensioni: ogni essere vivente – dunque, anche l’uomo – deve funzionare secondo le leggi della fisica e della chimica, per esistere. Il problema oggi consiste nel fatto che, all’interno di questo insieme integrato, si vorrebbero separare in modo del tutto artificiale i processi del funzionamento da quelli dell’esistenza, negando di fatto le peculiarità di questi ultimi. Eppure, capiamo bene che l’esperienza umana non si riduce a una raccolta di informazioni, che l’esplorazione delle proprie possibilità da parte di un vivente è altra cosa rispetto alla ricerca della performance, che il percorso biografico di una persona è diverso da un “piano carriera”». 

Anche la psicoterapia e la psichiatria, oltre alla pedagogia e alla scuola, sono esposte oggi al rischio di allinearsi allo «spirito del tempo»? In Oltre le passioni tristi, lei è molto critico nei riguardi di un approccio che miri a «normalizzare» i vissuti e le condotte dei pazienti.  

«La tentazione di “classificare” e “normalizzare” è ricorrente. Per esempio, nell’ultima versione del Diagnostics and Statistical Manual of Mental Disorders della Società Americana di Psichiatria (il cosiddetto DSM-5), si quantifica nettamente – in 12 mesi – il periodo oltre il quale il lutto per la perdita di una persona cara diventerebbe “patologico”. In realtà, tutte le correnti della psicoterapia e della psichiatra hanno sempre oscillato fra un’istanza di liberazione e una di normalizzazione dei pazienti. Io, già in Argentina, mi ero formato alla scuola di autori – come David Cooper – che criticavano questa seconda tendenza in nome di una “psichiatria alternativa”. L’approccio terapeutico “situazionale”, che sono andato elaborando nel corso del tempo, vorrebbe aiutare i pazienti a capire che la loro vita non è qualcosa di “personale”, non è sconnessa da quanto accade intorno».

Spinoza scriveva che l’uomo non va pensato come «un impero dentro un altro impero», isolandolo dall’universo circostante.

«È proprio così. L’emancipazione di un soggetto umano non passa per la liberazione dell’individuo da poteri esterni, perché l’individualismo è di per sé una forma di alienazione; non ci sono le piccole storie personali separate dalla grande storia del genere umano, ci sono solo dei modi, più o meno efficaci, per contribuire a una storia comune. In questa prospettiva, contrastare le passioni tristi per fare spazio a quelle “gioiose” non vuol dire essere sempre allegri o tenersi alla larga dai conflitti, ma riaprire delle strade alla creatività e alla potenza della vita».

I libri di Benasayag citati in questa intervista:

L’epoca delle passioni tristi (con Gérard Schmit), Feltrinelli, pp. 130, 8,50 euro, ebook a 4,99 euro.

Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa (in collaborazione con Angélique Del Rey), Feltrinelli, pp. 152, 18 euro, ebook a 6,99 euro. 

Funzionare o esistere?, Vita e Pensiero, pp. 104, 13 euro, ebook a 9,99 euro.