in “Avvenire” del 28 aprile 2019
La strategia contro le reti di solidarietà

In Italia la guerra contro le reti di solidarietà, grandi o piccole che siano, è sempre più aspra e aggressiva. Lo stiamo documentando da giorni: le parole di (falso) ordine e i marchi di scherno confezionati dal cattivismo ‘social’ e di governo si traducono in concreti atti di ostilità e in scelte (o deliberate non-scelte) politiche e amministrative. Nel mirino ci sono tutti coloro che si occupano di poveri, bambini soli, disabili, carcerati, stranieri (non turisti, ovvio, ma rifugiati e richiedenti asilo).
Le mense e gli ostelli della Caritas e degli altri accoglienti diventano la «mangiatoia», le Case famiglia sono liquidate come «business», sul rilancio delle misure alternative al carcere e di
recupero dei detenuti viene messa una pietra sopra, chi fa cooperazione sociale è denigrato come affarista e persino malavitoso, le organizzazioni umanitarie (le famose Ong…) sono trattate da
nemici del genere umano e dell’ordine pubblico…
Se il grido di battaglia del salvinismo è – copyright del sito Il populista – «libera la bestia che è in te», non ci sono molti dubbi sulla ‘preda’ designata.
Emerge una strategia precisa. Leggete l’intervista a Stefano Zamagni, maestro con le maniche perennemente rimboccate di «economia civile», che accompagna le due pagine in cui oggi mettiamo in fila i fronti d’attacco che sono stati aperti uno dopo l’altro e ne capirete un po’ meglio la portata. Impossibile non allarmarsi. La guerra alla solidarietà è guerra vera, e fa esplodere un enorme paradosso, visto che viene condotta proprio al tempo del Reddito di cittadinanza. Con una mano il governo gialloverde dà, con l’altra toglie. Si prepara a distribuire soldi sacrosanti – anche se a debito – come erogazione statale ai cittadini più indigenti, ma contemporaneamente percuote e tenta di sgretolare le reti di solidarietà che la società civile distende e lo Stato sinora (bene o male, comunque con assai meno spese di quelle proprie di una gestione statalista) ha utilizzato, sostenuto o, semplicemente, non ostacolato.
Zamagni riassume questo paradosso con la parola aporofobia, ovvero il duro e concreto disprezzo del povero e di chi del povero si occupa senza avere i galloni del funzionario pubblico. Io lo chiamo il paradosso dello Stato asociale, perché è frutto della degenerazione non collaborativa dello Stato sociale, di quel Welfare che per essere sostenibile non può che essere collaborativo. Deve cioè fissare ‘dall’alto’ obiettivi e standard minimi e, poi, sia fare la propria parte sia valorizzare le energie e iniziative ‘dal basso’. Deve, insomma, saper tenere insieme la leva statale e quella sociale, garantita da organizzazioni motivate e trasparenti, secondo una idea piena di ‘pubblico servizio’ alle persone e alla comunità, e soprattutto a chi non ce la fa e rischia di restare indietro, solo, spinto ai margini. Lo Stato asociale, invece, non vuole nessuno a fianco. È già accaduto nella nostra storia italiana ed europea, a est come a ovest. E a quelli lì è andata molto male.
La solidarietà può essere umiliata e azzannata, ma non può essere smontata del tutto. Rinasce, ricomincia. Dite pure ogni male, provate a farlo se ne avete il potere, ma prima o poi (meglio prima che poi) la gente apre gli occhi e alza la testa. E il bene vince.