Fa per me. Diamo futuro all’Europa è un percorso di formazione geopolitica dal titolo “Quale Europa?” che partirà il 14 gennaio nella sede di via San Bernardino, 59 a Bergamo. Quattro incontri di approfondimento, di cui due a Bergamo presso l’Auditorium del Liceo Mascheroni: il primo sabato 30 marzo dalle 9 alle 12 con Luca Misculin, giornalista del quotidiano “Il Post”, il secondo sabato 13 aprile mattina con un confronto politico tra candidati alle elezioni.

 

Le parole di Daniele Rocchetti in conferenza stampa di presentazione di ”Fa per me. Diamo futuro all’Europa“:

L’Europa è un elemento importante, decisivo e centrale per il nostro benessere. Ne siamo convinti ed è l’anima del nostro impegno nei prossimi mesi. Ha garantito pace duratura e tutela alla collettività. È vero che esistono profili di criticità, non li trascuriamo. Migliorare l’Europa non significa abbandonarla ma renderla ancora più solidale, più vicina ai cittadini. L’Europa è un treno che l’Italia non può perdere a tutela dei più deboli. Quello che è importante fare è trasmettere, soprattutto ai giovani, l’idea che l’Europa è il nostro destino anche se oggi spesso la vediamo come indifferente alla vita concreta delle persone. Dobbiamo capire che quella europea è la sola comunità ci può dare la speranza di essere protagonisti nella vita di domani dove gli altri grandi paesi del mondo avranno ruolo prevalente visto che nessun paese europeo, da solo, potrà contare qualcosa.

Non solo, oggi l’Europa dell’Unione è più grande dell’Europa dell’impero romano, dell’Europa carolingia e dell’Europa di Napoleone. E per la prima volta, al contrario delle altre, questa unificazione viene fatta con mezzi pacifici. Una rivoluzione nonviolenta senza precedenti: mai era avvenuto, nel corso della storia, che Stati cedessero, volontariamente, pezzi consistenti della propria sovranità. Un esperimento che, non a caso, è stato premiato con l’assegnazione nel 2012 del Premio Nobel per la pace. Se ci pensiamo bene, la storia della difesa d’Europa è sempre stata una storia di guerre. Non sono state moltissime, in realtà, dato che più spesso sono stati i Paesi europei a provocare le difese altrui. Ma anche quei pochi episodi dove era evidente la minaccia verso l’Europa e verso i valori nati in Europa, si sono risolti con la guerra, con lo spargimento di sangue. Forse la più simbolica di queste è la difesa di Vienna nel XVII secolo. O forse altre.

Anche oggi l’Europa è minacciata e sono minacciati i suoi valori più autentici, quelli che poggiano sulle idee di libertà e di uguaglianza. Ma, a differenza di qualche secolo fa, la minaccia più severa viene dall’interno, dall’Europa stessa.

Non è una novità, penserà qualcuno: in fondo per secoli e secoli gli europei si sono combattuti. Abbiamo lasciato alle spalle il centenario della fine della prima guerra mondiale. Una guerra che è stata anche una sorta di guerra civile europea. I numeri, a rileggerli oggi, sono impressionanti: circa 74 milioni di soldati mobilitati su tutti i fronti, oltre 9 milioni di morti e almeno 21 milioni di feriti, circa 8 milioni di prigionieri di guerra. Altro che militi “ignoti”! Ognuno con il suo nome e la sua storia, la sua singolarità. Ma la minaccia interna, questa volta, nasce con una fase radicalmente nuova, perché figlia della diversa storia degli ultimi sessant’anni.

Veniamo da un cammino che ha fortemente voluto costruire un’unità europea, un solo popolo, un continente forse senza confini, certamente senza guerre. E così è stato. Dai trattati di Roma del 1957 sono passati più di sessant’anni di impegno e di pace. Non è retorica affermare che l’Europa è la dimostrazione che, volendo – politicamente volendo –, la pace non è un sogno ad occhi aperti. Magari non si tratterà dell’utopica pace armonica: si tratterà, più umanamente, di una pace segnata da problemi, scoraggiamenti, rivendicazioni, discussioni, arroganze, ipotesi, interessi materiali, perfino qualche complotto e qualche astrazione. Eppure il fatto concreto è che questa pace ha tenuto. Ed è diventata un modello. A questo modello noi non vogliamo venire meno. Dunque, più Europa per avere più futuro.

Ci auguriamo che le elezioni europee mettano al centro le grandi parole. Democrazia, pace, uguaglianza, libertà, diritti. Parole che ci hanno consentito di trasformare le macerie fratricide della guerra in quel progetto e sogno dell’Europa che oggi è il nostro futuro. Oggi servono parole nuove capaci di dare vita a nuovi progetti collettivi, sogni comuni, felicità pubblica, altrimenti non saremo neanche capaci di custodire quelle grandi parole e conquiste delle generazioni passate. Non servono né provincialismo né populismo. Forse portano voti. Certo non il futuro.