Nel 1958 i leader dei principali partiti sottoscrissero il famoso «Pacto de Punto Fijo» che fissava alcune regole condivise: libere elezioni e diritto a governare in seguito. Il petrolio è stato sia la ricchezza che la maledizione

Nel 1958 i leaders dei principali partiti del Paese, Copei (democratico cristiano), Ad (azione democratica) e Urd (Unione repubblicana democratica) sottoscrissero il famoso Pacto de Punto Fijo che fissava alcune regole condivise a difesa della democrazia: libere elezioni, diritto a governare in seguito al risultato elettorale. Tale patto fu sottoscritto nella casa del leader democristiano Rafael Caldera e l’altro leader socialdemocratico Romulo Betancourt che di quella stagione, durata quarant’anni, ne diventa il primo presidente. L’impronta di questi due personaggi i cui partiti si alternarono nella guida del Paese, determinò l’approvazione nel 1961 di una Costituzione che diventò la più longeva della storia venezuelana mettendosi alle spalle la dittatura del generale Peres Jimenez. Questa petroeconomia, con le sue variabili populiste, determinava scarsa industrializzazione, una precaria agricoltura, importazioni smisurate e il fiorire di un mercato finanziario che sbarrava l’entrata dei giovani nel mercato del lavoro. Se c’è una cosa che unifica sia i governi democratici dell’accordo di Punto Fijo che quelli successivi d’impronta sempre più autoritaria di Chavez e Maduro è stato il nodo del petrolio.

Grandi riserve auree Come ha potuto un Paese che possiede grandi riserve auree e petrolifere, ridursi in questa maniera? Paradossalmente il petrolio è stato sia la ricchezza che la maledizione del Venezuela in un caso da manuale di petro-stato, petroeconomia e petro-società accrescendo le cause strutturali che impediscono al Paese di liberarsi dal tranello della «malattia olandese»: cioè l’apparente relazione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e il declino del settore manifatturiero. Questa è la dimostrazione che non esistono solo le petro-monarchie ma anche i petroautoritarismi. Non si è saputo cogliere i segnali del destino che annunciavano la crisi sistemica. Il primo è stato il Caracazo nel febbraio del 1989 da dove sono arrivate le masse che hanno saccheggiato intere zone della città e lasciato centinaia di morti nelle strade, vittime della repressione? Non era forse il Venezuela nella percezione che si aveva nel continente e nel mondo intero, una fiorente economia con una società che aveva visto soddisfare le proprie crescenti aspettative di base grazie all’inesauribile cornucopia del petrolio simbolo della prosperità e dispensatrice dei beni della terra.

Hugo Chàvez non è stato dunque un fulmine a ciel sereno. Esattamente l’opposto. È stata la risposta che la società ha creduto di trovare al decadimento dei suoi grandi partiti alla guida del Paese, al deterioramento e al discredito del sistema politico, alla debolezza dell’economia e al logorante impoverimento del Paese nel suo insieme. Però, è stato la medicina adatta, oppure è stato peggiore della malattia? Teodoro Petkof, recentemente scomparso, leader della guerriglia venezuelana degli anni ‘50 che entra successivamente in un percorso parlamentare-democratico diventando il ministro dell’industria del secondo governo Caldera, così considera il Chavismo. Una sorta di bonapartismo sui generis che si appoggia su quattro settori sociali: la Fuerza armada nacional, la «bo-liboborghesia» o «borghesia bolivariana», la nomenclatura e un ceto popolare ancora vasto, formato soprattutto dai poveri delle città e dalla popolazione rurale più arretrata. È un regime personalistico. Chavez è l’alfa e l’omega dell’esercizio del potere e il suo comportamento è tipicamente caudillesco, è l’ultimo rappresentante della stirpe, così profondamente latino americana, dei caudillos, personaggi che agiscono come se non esistessero limiti al proprio potere al di fuori di quello della propria volontà.

La dottrina bolivariana Fa da supporto la cosiddetta dottrina bolivariana, una manipolata versione della storia che unisce, spesso con accenti cruenti, la guerra d’indipendenza del XIX secolo e la figura di Simon Bolivar con la rivoluzione bolivariana: in qualche misura Chavez si sente una specie di reincarnazione del libertador. Nicolas Maduro non ebbe mai il magnetismo del suo predecessore, privo di doti comunicative, ha tentato di far valere la sua lealtà di esecutore testamentario delle volontà del defunto presidente. Tra un cesarismo sociale e uno statalismo autoritario si era «impastata» un’istituzionalizzazione che chiudendo la strada al potere da parte di altre forze rendeva altrettanto difficile garantire la propria successione dentro il percorso che lo stesso Chavez aveva disegnato con la sua costituzione pionera del 1999. Maduro l’ha snaturata abolendo la principale innovazione che c’era: il referendum revocatorio a cui Chavez si sottopose e che vinse. Maduro invece, quando l’opposizione raccoglie un milione di firme per indire il referendum, attraverso il Tribunale elettorale lo blocca.

Da quel momento inizia il golpe istituzionale di Maduro che cancella e neutralizza i poteri indipendenti a cominciare dall’assemblea nazionale, la Corte suprema, il Fiscal general della repubblica Luisa Ortega fino alla farsa dell’elezione dell’Assemblea costituente che ha stravolto la Costituzione chavista. Il vero paradosso del Venezuela è che alcune volte è stata l’opposizione a difendere il chavismo da Maduro. Quando la vittoria dell’opposizione venezuelana del Mud conquista i 2/3 dell’assemblea nazionale, fu il segno di un rigetto profondo del «chavismo» in salsa Maduro che investe non solo la middle class tradizionalmente e pervicacemente ostile al bolivarismo venezuelano, ma anche una fetta preponderante di quegli elettori maggioritari delle classi più povere che fino al 2014 non avrebbero mai «barattato» un chavismo, per quanto inefficiente e corrotto, con un ritorno allo status quo ante dei governi delle élites. La sconfitta elettorale cocente del Psuv (Partido socialista unido del Venezuela) è dunque più che una sconfitta politica, il segno della fine di un progetto condiviso oltre 16 anni dal popolo. Le attuali difficoltà nell’impoverire il Paese lo rende uno dei più violenti. In Venezuela non ci troviamo di fronte al potere militare come «ultima istanza», ma davanti al fatto che il governo in prima istanza è un governo delle forze armate. Oggi a Palazzo Miraflores convivono due presidenti che hanno alle spalle due diversi processi costituzionali. Una sempre più vasta opinione pubblica e numerosi governi riconoscono Juan Guaidò, questo giovane dirigente leader del partito Voluntad Popular,che ha ridato vitalità alle diverse sensibilità, tradizioni, incluso quelle ideologiche della quasi scomparsa Mesa de la unidad democratica. Non va dimenticata la grande penuria alimentare e medica. Da noi ci sono medicine che costano pochi euro ma queste in Venezuela decidono la vita o la morte di molti cittadini.

C’è una questione strettamente internazionale che non va dimenticata se non vogliamo che in quell’area si crei un inquietante parallelismo con quella siriana. La Russia è presente sia sul fronte petrolifero come su quello militare, mentre la Cina per meglio monitorare il suo traffico marittimo cerca con i suoi aiuti di fermare un’emorragia di risorse finanziarie che è sempre più impossibile calcolare al punto che con uno stipendio mensile si possa, se si trova, comperare il cibo di una giornata. Su questo punto l’Italia ha impedito che almeno per una volta, in applicazione al Trattato di Lisbona, l’Unione Europea si presentasse unita al tavolo di Montevideo al quale hanno partecipato significativi Paesi dell’America Latina che non hanno abbandonato Maduro come Uruguay, Messico e Bolivia. Perché il tavolo di Montevideo di questi giorni è importante? Perché non a caso si chiama di contatto, non solo per trovare una via d’uscita che eviti ulteriori violenze che si accrescono con la messa in campo di forze para militari come avvenuto in questi ultimi mesi in Nicaragua ma anche per gestire in questa trattativa un volto diverso di quello degli Stati Uniti che spesso continua a concepire l’America Latina come un patio trasero (cortile di casa).

Il merito di Trump Va riconosciuto a Trump di aver dato la spallata iniziale per un ritorno alla democrazia ma il fatto che se ne occupi John Bolton, il disastroso informatore sulle vicende irachene, e Abrams Elliott, che si occupò dei Contras in Nicaragua, qualche preoccupazione la fa sorgere. Ci sono tre percorsi da approfondire. Due sono in mano ai militari, quella di non immolarsi totalmente a Maduro cercando di sostituirlo ma non vedo nessuno paragonabile a un Chavez, l’altro che improvvisamente siano loro a imporre processi elettorali unificando quella presidenziale a quella parlamentare. L’altra più politica allentare lo scontro su chi tra Maduro e Guaidò è più legittimato ad essere presidente obbligando in maniera netta a un negoziato con cui rifondare le istituzioni . Il vuoto politico che lascerà il bolivarismo che abbiamo conosciuto non generi ulteriori negatività. Come in un recente editoriale su «El Pais» non si tratta di porre la questione in termini di necrofilia ideologica per i fallimenti che si sono espressi. Si tratta di restare consapevoli che il fallimento di tali esperienze lascia intatte le domande sulle quali essi hanno costruito il loro consenso. In altri termini nel tango delle ideologie e della politica latino americana, le canzoni dell’uguaglianza, la rumba dell’indigenismo e dell’africanismo, resteranno il ritmo di fondo che scandirà anche i futuri confronti politici.