Alla domanda volutamente provocatoria, anche se fondata su elementi non banali, si può dare una prima risposta. Una risposta che può sembrare paradossale ma, invece, comprovata dai fatti: le enormi difficoltà di fronte alle quali la Gran Bretagna si trova per mettere in atto le conseguenze del referendum sulla Brexit dimostrano che l’Europa è troppo robusta per andare a pezzi. Dopo il risultato del referendum britannico avevo previsto una trattativa di uscita con una Gran Bretagna unita di fronte ad un’Europa divisa.

Ci siamo invece trovati di fronte ad uno scenario del tutto opposto: un’Unione Europea divenuta improvvisamente compatta di fronte a una Gran Bretagna che si è frammentata in mille pezzi, entrando in una delle peggiori crisi della sua recente storia.

Questo non significa che l’Unione se la passi bene ma ormai il processo di integrazione è andato così avanti da rendere drammaticamente difficile l’uscita anche per l’unico paese che di eccezioni all’integrazione ne aveva ottenute più di ogni altro e che, inoltre, pensava di potere disporre di un’alternativa all’Europa attraverso la robusta stampella americana.

La realtà invece dimostra che, quando si prospetta una concreta ipotesi di divorzio, ci si rende improvvisamente conto della conseguente perdita degli enormi vantaggi che l’Unione ha reso possibili, pur con i suoi ben noti limiti. Sebbene l’armonizzazione delle politiche economiche e sociali sia stata lenta, complessa e spesso al di sotto delle aspettative, si è arrivati all’assurdo per cui in tutti i paesi cresce l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione Europea ma, quando si arriva al dunque, la grande maggioranza degli europei pensa che sia meglio restare insieme. C’è chi lo fa per convinzione, c’è chi lo fa per convenienza ma la prospettiva di uscita dall’Unione non si spinge molto avanti. In fondo lo abbiamo visto anche in Italia: le feroci dichiarazioni antieuropee si sono trasformate in critiche sui singoli capitoli e gli insulti hanno ceduto spazio alle mediazioni.

Ciò non dimostra affatto che le cose vadano bene. Tutt’altro! Per diversi motivi Germania, Francia, Italia e Spagna sono in profonda crisi. Dopo le grandi decisioni sul mercato unico, sull’allargamento e sull’Euro, siamo entrati in un periodo storico nel quale il prevalere delle politiche nazionali su quelle comunitarie ha progressivamente marginalizzato il ruolo della Commissione esaltando quello del Consiglio che, essendo la sede della rappresentanza degli Stati, non può che trasferire la responsabilità delle decisioni nelle mani degli Stati più forti. Di qui la politica dell’austerità che tanto ha contribuito a dividere i diversi protagonisti della politica europea e ha incoraggiato decisioni dettate più dalla volontà dei singoli paesi che dall’interesse generale.

Oggi, di fronte ai cittadini europei, si presenta quindi un’Unione incapace di grandi decisioni e senza un progetto per il futuro.
Dell’inno alla Gioia, che aveva accompagnato il successo elettorale di Macron e che sembrava trasformare una vittoria domestica in un progetto continentale, è rimasta solo la musica. La frammentazione della politica tedesca e le quotidiane contraddizioni italiane hanno reso ancora più evidente la paralisi decisionale di Bruxelles. Se l’Europa quindi non va a pezzi è perché tutti hanno paura di essere colpiti dagli stessi suoi pezzi. È tuttavia evidente che, andando avanti come nel recente passato, l’Unione Europea può morire di inedia.

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