Tratto da Internazionale

 
 

“In tutte le lingue europee tradizionali non c’è
una parola che non abbia connotazioni
denigratorie o paternalistiche nei confronti
dei poveri delle città. Ecco che cos’è il potere”.
Ritratti, John Berger

 

Alle sei e mezza di una domenica mattina di metà inverno il gelo comincia a sciogliersi e il nero della notte si addolcisce con qualche tono di blu. Roma è ancora sospesa nel torpore del sonno, illuminata dall’arancio dei lampioni. Per le strade di San Lorenzo, il quartiere che confina con la stazione Termini, il silenzio è rotto ogni tanto dai passi di qualche persona, dallo sferragliare di un autobus, dalla zuffa di due gatti randagi. I comignoli sui tetti fumano e le case cominciano a riscaldarsi. Per strada ci sono tre gradi e all’angolo tra via dei Ramni e viale di Porta Tiburtina Omar sta dicendo il suo rosario quotidiano di maledizioni e benedizioni. Alto quasi due metri, spalle secche e mani enormi, ha le braccia tese verso l’esterno, a metà tra un bambino che mima un aereo e un prete che invita alla preghiera.

Occhi verdi e pelle olivastra, Omar ha ventotto anni e origini tedesche e marocchine. Da dieci anni soffre di schizofrenia e sente delle voci che lo umiliano e che tormentano lui e la Luna: “Vogliono farle male. Voglio che questa gente che ho nel cuore bruci”. Le maledice e benedice il satellite in maniera ossessiva. Da quasi quattro anni è scappato di casa, a Tangeri, e vive per le strade di San Lorenzo. Tutto in lui è stato piegato dalla malattia, la capacità di distinguere tra allucinazioni e realtà, la fiducia nei medici e nelle medicine, la speranza di poterne uscire: ma il volto gli è rimasto dolce. Anche quando si è spaccato la fronte picchiandola contro un palo della luce per fermare le voci; anche quando è uscito dal Policlinico dopo un trattamento sanitario obbligatorio; anche quando i piedi gli si erano spaccati perché le voci gli avevano detto di non indossare le scarpe e lui aveva camminato per una settimana a piedi nudi.

Quando mi vede si blocca. “Che è successo?”. L’ho conosciuto quasi tre anni fa e come tante persone che vivono nel quartiere ho provato a dargli una mano. Cosa che mai, nonostante i tentativi, si è tradotta in una qualche forma di cura, ma che più spesso ha significato fare colazione insieme, o scambiare due parole, oppure mangiare una pizza sulle panchine di piazza dei Siculi. L’incontro a un orario così insolito lo sorprende. Dice qualcosa in francese tra sé e sé, poi chiede di nuovo se è tutto a posto. Gli dico di sì, che ho appena passato la notte a Termini per scrivere un articolo: te ne avevo parlato, ti ricordi? Non si ricorda, ma è incuriosito, sorride e domanda: “E com’è andata?”.

Il piano
Omar è una delle cinquantamila persone in Italia che vivono per strada. Nella capitale, secondo la comunità di Sant’Egidio, sono ottomila, ma è una cifra prudente. “Altre proiezioni su dati della sala operativa sociale stimano che i senza dimora siano tra le 14mila e le 16mila persone”, scrive la Caritas.

Per loro la giunta guidata da Virginia Raggi ha organizzato un “piano gelo” che prevede la possibilità di dormire nelle metro Piramide e Flaminio, o in uno dei 1.661 posti ricavati nelle stazioni di Termini, di Tiburtina e in altre strutture.

Nonostante i letti siano pochi, tanti stanno rimanendo vuoti. In poche settimane undici persone sono morte per strada, e migliaia di altre preferiscono continuare a dormire sui marciapiedi, nei parchi e nei sottopassaggi, invece che nei luoghi messi a disposizione dal comune. Raggi è arrivata a immaginare un “trattamento sanitario obbligatorio” per costringerle a non dormire per strada, ma oltre alla difficoltà di realizzare quest’idea, la proposta non risponde alla domanda: perché così tanti rinunciano? Un buon modo per capirlo è andare a vedere come sono questi posti.

Ore 19:50, 4 gradi
Come tanti altri senza dimora che vivono a San Lorenzo, Omar la sera va a mangiare alla chiesa Cristiana dello Spirito santo in viale di Porta Tiburtina. Basta citofonare al loro portone e aspettare qualche secondo per ricevere un pezzo di pizza o un piatto di pasta. Sacco a pelo, jeans sporchi, stivaletti vecchi, la barba lunga e un giubbotto verde militare di qualche taglia più grande, la sera di sabato 12 gennaio comincio anche io da lì.

Ci trovo un ragazzo, uno del gruppo di persone che fuma eroina e dorme in piazzale Tiburtino, a pochi passi da qui. Sta finendo gli avanzi di qualcun altro. Sul portone dei preti c’è un cartello : “Per i signori fratelli poveri: vi avvisiamo che abbiamo cambiato orario. Da oggi potete venire a chiedere alle 18 e fino alle 19. Prima e dopo non possiamo più servirvi. Ave Maria!”.

 

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