Cent’anni fa, il 18 gennaio 1919, l’approvazione dell’appello “Ai liberi e forti” da parte di don Sturzo e di un manipolo di collaboratori, all’albergo Santa Chiara di Roma, dava il via alla costituzione del Partito popolare italiano, prima esperienza partitica organizzata da cattolici nella storia d’Italia. Oggi l’eco di quell’evento addirittura mitico sta per essere ripresa e usata in una certa babele di lingue, in cui ciascuno intende cose anche molto diverse tra loro. Il tema dei cattolici in politica torna infatti a essere vividamente discusso.

Come si può leggere produttivamente quell’evento, comprendendo e rispettando la sua storicità ma riprendendone e rilanciandone in qualche modo l’insegnamento, il frutto ricco e positivo che esso portava nella storia?

Ricorderei essenzialmente e telegraficamente quattro punti, che qui non posso svolgere.

  1. Quel gruppo di credenti esprimeva una proposta maturata come laici cristiani convinti, senza una tutela ecclesiastica, forzando anzi una posizione ecclesiale prevalente molto timida sulla democrazia, sulla partecipazione alla politica in forma di partito, sull’esistenza stessa dello Stato italiano (la “questione romana” non era ancora chiusa). Sturzo aveva scritto da anni che la sua esperienza l’aveva portato a distinguere i “cattolici conservatori” dai “democratici cristiani”, mentre il primo congresso chiarirà che non si voleva costituire un “partito cattolico”, perché “cattolico vuol dire universale”, mentre partito significa proprio prendere parte. Era insomma una vicenda laicale e inoltre consapevolmente selettiva, ancorché orgogliosamente collegata a una coscienza religiosa interiore vivace.
  2. Cent’anni fa quell’esperienza nasceva sull’onda di un radicamento sociale capillare nella vicenda italiana, fatta di molteplici esperienze collettive, dalle leghe sindacali alle casse rurali, dalle società di mutuo soccorso alle scuole popolari, dalle cooperative ai giornali di battaglia. Il partito recuperava tutto questo patrimonio, interpretava le sue istanze, ma ne proiettava con autonomia il senso in un progetto politico articolato, che collegava tra loro mondi diversi, tramite un disegno generale. Era inequivocabilmente una vicenda socialmente radicata, ma anche creativa e progettuale.
  3. Il Ppi rifletteva una cultura sociale e politica sedimentata da decenni e anche collegata ai principali documenti del magistero ecclesiale (dal Syllabus fino alla “Rerum novarum” ed oltre): una cultura nata nell’intransigente opposizione alla modernità liberale, che disegnava un modello spesso astratto, ma comunque totalmente contrapposto all’esistente. Tale patrimonio ora veniva ripreso da Sturzo e dai suoi collaboratori con la capacità di curvarlo fondamentalmente verso un obiettivo riformatore: rappresentanza degli interessi, collaborazione tra le classi, comunità internazionale, autonomie locali, diventavano spinte di modificazione dall’interno dello Stato liberale consegnato dalla storia, non apocalittici riferimenti ambiziosamente alternativi alla realtà, quanto politicamente marginali. Era insomma un progetto che mediava una cultura forte con una logica seriamente riformatrice.
  4. Il disegno popolare si coagulava sulla base di una lettura della storia, collegata alla parabola del Risorgimento, in cui ci si voleva iscrivere con la propria identità “guelfa” (lo scudo crociato), ma soprattutto all’uscita dalla tragedia della Grande Guerra, che era stata un immane macello ma anche un’esperienza collettiva di mobilitazione statuale e sociale del tutto nuova. Per questo, aveva l’intuizione che si aprissero i tempi di una società di massa, che occorreva tentare di governare con uno strumento nuovo di inserimento del protagonismo popolare nello schema di un grande progetto organizzato, come il partito di massa a forte radicamento sociale: non per caso il partito sposò la proposta della proporzionale come riforma istituzionale cruciale di una nuova stagione politica. Era insomma una vicenda lucidamente consapevole del peso della storia e attenta alle sfide del presente.

 

Su questi elementi oggi dovremmo mettere in gioco la verifica della possibilità di lanciare un nuovo appello ai “liberi e forti” del ventunesimo secolo.

Mi limito quindi a rilanciare una serie di domande che derivano da questi punti cruciali.

  1. Esiste oggi una capacità di interpretare la fede cristiana come anima interiore di un progetto di cambiamento, assumendosi le proprie responsabilità senza nascondersi dietro l’autorità ecclesiastica e senza pretendere che tutti i credenti condividano le proprie posizioni? Oggi si rilancia più volte il tema dell’uscita dall’irrilevanza politica del cattolicesimo italiano continuando a equivocare sul senso di qualsiasi ruolo dei credenti in politica. Mi pare del tutto decisivo accettare il pluralismo presente nella cultura cattolica e quindi lavorare con chi condivide le scelte, impegnare le proprie responsabilità e non il nome della Chiesa, come infine mostrare con parresia le proprie coerenze e le proprie intenzioni, rispetto al nesso sempre da rielaborare tra l’assoluto della fede e contingenze della storia.
  2. Esiste una dinamica di collegamento reticolare nel paese che metta insieme energie e risorse, valorizzi le originalità del fermento sociale cattolico, senza accontentarsi di sommare banalmente delle sigle o di dare per ovvia una tradizione, ma sfidando ciascun pezzo di questa realtà a superare il proprio particolare in un progetto più ampio e lungimirante? Il “mondo cattolico” sociologicamente parlando è oggi sfibrato e disperso, provato da decenni di secolarizzazione, spesso appiattito sulla mentalità del “secolo”, ma anche scarsamente valorizzato da un trentennio di verticismi ecclesiastici istituzionalizzanti. Probabilmente è ancora una delle minoranze più solide e vive del paese, ma deve essere raccolto, interpretato, collegato, ravvivato nelle sue luci e nelle sue ombre da chiunque voglia in qualche modo costruire un senso comune (almeno parziale, tra alcune parti di questo mondo) e quindi poi anche le premesse di una possibile azione comune.
  3. Esiste un’elaborazione culturale tale da riprendere i fondamentali dell’insegnamento sociale della Chiesa, la lettura del mondo degli ultimi contributi del magistero, rielaborandoli per mostrare in modo concreto come sarebbe possibile prenderne spunto per cambiare il mondo, in modo gradualistico ed efficace? Rispetto ai tempi di Sturzo abbiamo un patrimonio molto più ricco, confluito nell’orizzonte del Vaticano II e poi oggi degli stimoli di papa Francesco. Un orizzonte non privo di contrasti interni e di ambiguità residue, ma che sarebbe un deposito di straordinaria ricchezza. A patto che non ci si limiti a brandirlo in modo identitario o a ripeterlo in modo inefficace, ma si faccia i conti con il suo contenuto seriamente, per verificare se – rispettosamente ma liberamente – può essere riletto in chiave di istanza critica e di stimolo per un lavoro progettuale. Se possa essere insomma “politicizzato” in modo riformatore.
  4. Esiste una lettura della storia coerente e lucida, capace di collegare una interpretazione del passato (compreso il ruolo svolto dai cattolici in esso) e le sfide dell’attualità in un mosaico in cui si capisca quali sono le tendenze da cavalcare e i pericoli da contrastare, superando però la semplice visione del passato come una realtà da rimpiangere o come “damnatio memoriae”? Esiste una riflessione sugli strumenti e i modelli organizzativi – direi di più: sulla necessaria “imprenditoria politica” – all’altezza di questa sfida? È del tutto evidente secondo me che, senza una rilettura della storia del partito di ispirazione cristiana in questo paese, senza un’analisi di come è andato il mondo dal secondo dopoguerra ad oggi, di come la crisi degli anni Settanta abbia avviato il modello della globalizzazione e infine di come questo modello oggi soffra di una crisi tutta da interpretare, non si possa andare da nessuna parte. Come mi pare altrettanto evidente che non si possa ragionare di futuro senza considerare i cambiamenti antropologici e sociali che stanno mettendo in crisi la forma politica della democrazia, e quindi senza trovare antidoti appropriati e strumenti nuovi per rilanciarne le forme e i valori essenziali nel mondo nuovo che è già qui. E senza analizzare i dati reali del sistema politico, collocando al suo interno un ragionamento di prospettiva, senza limitarsi ai wishful thinking.

Hic Rhodus, Hic salta! Parzialità consapevole interiormente solida, radicamento sociale elaborato, progettualità riformatrice forte, intuizione profonda della storia e del momento presente. Sono gli elementi essenziali per porsi il problema del ruolo dei credenti in politica.

Nella storia, poi, niente è lineare. Nonostante gli elementi forti della sua origine, la vicenda nata il 18 gennaio del 1919 doveva passare per molte esperienze travagliate e complicate. Divenne rapidamente un partito di raccolta dei cattolici nonostante le idee iniziali, non riuscì a trovare un posto confortevole nel sistema politico dovendo cooperare forzatamente con i vecchi dirigenti liberali maldisposti e venendo ostracizzata dal massimalismo socialista, non riuscì a sfondare elettoralmente in tutto il paese e in particolare al Sud, si consumò in divisioni interne e ottenne un consenso ecclesiastico timido e poco solido, tanto da essere ritirato appena sorse un catalizzatore alternativo come il nascente movimento fascista.

Quindi, non basta la lucidità delle intenzioni per sfidare la complessità della storia. Ciò nonostante, a cent’anni di distanza, possiamo dire che la parabola popolare fu una testimonianza vitale e feconda, esprimendo una forza indubbia della coscienza cristiana nel mondo. Questo è quello cui si dovrebbe mirare anche oggi, non certo alla garanzia di avere successo nella storia.

 

Guido Formigoni