Leonardo Becchetti | 30 novembre 2018

il combinato disposto di quarta rivoluzione industriale e globalizzazione rende urgenti due politiche: investimento intelligente in formazione che aiuti i giovani a risalire la scala del talento e ad approdare a quel terzo di popolazione altamente qualificata; risposta politica al disagio dei due terzi con iniziative che allevino il problema della scarsa dignità del lavoro.

La quarta rivoluzione industriale, come le precedenti, è accompagnata da fosche previsioni sulla fine del lavoro. I robot, le macchine intelligenti si sostituiranno alle persone e ci sarà bisogno di molto meno lavoro umano. Una parte importante della forza lavoro dovrà essere mantenuta da sussidi. Si tratta di previsioni che ogni volta si scontrano con la realtà e le statistiche. I dati ci dicono che il totale dei lavori nel mondo aumenta e, alcuni dei principali paesi ad alto reddito come la Germania e gli Stati Uniti, sono in piena occupazione.

Il progresso tecnologico, dall’aratro meccanico in poi, ha sempre prodotto lo stesso risultato. Quello di sollevare l’uomo dalla fatica di un lavoro ripetitivo. La quarta rivoluzione industriale riguarda la combinazione tra meccanica ed elettronica e riorganizza i cicli produttivi in modo profondo. Il combinato disposto di rete e meccanizzazione produce l’effetto Schumpeteriano di distruggere molte mansioni. L’errore nell’interpretazione delle rivoluzioni industriali è quello di confondere gli effetti distributivi con quelli aggregati. Quando si osserva in un determinato settore la distruzione di lavoro non si immagina che quel valore economico creato in più dall’aumento della produttività dovuta dall’introduzione di tecnologie più avanzate produrrà da qualche altra parte nuovi e diversi lavori.

Per capirlo bisogna guardare il dato del PIL mondiale, ovvero la torta complessiva di valore economico creato nel pianeta, che cresce mediamente ogni anno tra il 3 e il 4%. Questo vuol dire che il potere d’acquisto e la domanda globale cresce con essa. Quella domanda si tradurrà in nuovi consumi che richiederanno nuova domanda di lavoro. Gli effetti distributivi però esistono e sono importanti. Per capire dove nascono i nuovi lavori dobbiamo domandarci in cosa siamo più competitivi di macchine e robot. La differenza principale tra noi umani e loro è in tre elementi: la libertà, la creatività di pensare cose nuove, per cui le macchine non sono programmate, e la qualità della gestione delle relazioni.

Per vincere la nuova sfida del lavoro dobbiamo capire queste cose e cambiare profondamente il sistema di formazione. La scuola tradizionale è generalmente costruita per formare impiegati. Si impara ad ascoltare stando seduti qualcuno che parla e ad immagazzinare mnemonicamente nozioni da utilizzare per svolgere un compito in classe che un giorno sarà per molti (così almeno era un tempo) il concorso di accesso alla carriera. Quello di cui ha bisogno oggi il mercato del lavoro è tutt’altro. Nell’era della rete è come se disponessimo di una gigantesca memoria esterna. Non c’è bisogno di occupare il cervello con grandi quantità di nozioni memorizzate, è molto più importante avere le competenze e le capacità per interpretare e combinare l’informazione di cui possiamo liberamente disporre in rete. Fondamentale diventa lavorare per lo sviluppo delle cosiddette soft skills.

Quando un’azienda o un datore di lavoro deve scegliere chi assumere non guarda soltanto al voto di laurea o degli esami (che resta un indicatore di produttività e di capacità di performance in condizioni di stress) ma cerca di capire come l’aspirante lavoratore possa comportarsi e relazionarsi in un ambiente di lavoro. Fondamentali diventano dunque la capacità di risolvere problemi, di parlare e presentare in pubblico, l’empatia e la qualità nelle relazioni interpersonali, la creatività e la resilienza (sapersi rialzare e ripartire ogni volta che qualche circostanza della vita ci manda al tappeto).

Un altro grande equivoco e paradosso della quarta rivoluzione industriale è il credere che in un mondo ipertecnologico ci sia spazio solo per le competenze scientifiche e non per quelle umanistiche. In realtà è quasi vero il contrario perché la legge di mercato spinge la tecnologia ad essere sempre più semplice ed “user friendly” per poter essere accessibile alla più vasta platea di consumatori.

Quali sono oggi le professioni che assicurano i redditi più elevati? Non certo quelle dei programmatori. Non abbiamo bisogno di una quantità gigantesca di programmatori che sviluppano nuovi software. Mentre la domanda di svago nel tempo libero cresce in modo costante ed esponenziale. Le superstar dei nostri tempi sono gli attori, gli artisti, gli intrattenitori, i campioni dello sport e persino gli influencer. La rete e i social ci rendono tutti giornalisti, tutti fotografi e diventa fondamentale la capacità di trasmettere contenuti che interessano la gente (che siano capaci di diventare “virali”).

Affinché l’effetto positivo aggregato della quarta rivoluzione industriale (la crescita del PIL a livello globale) domini quello Schumpeteriano distributivo – che vede la distruzione di molte mansioni e posti di lavoro per far posto ad altri – le due chiavi di successo politico per la gestione di questa fase diventano l’investimento in formazione e ricerca e la progressività fiscale.

Il rapporto Oxfam ci racconta ormai ogni anno delle enormi diseguaglianze di ricchezza a livello globale con gli 8 individui più ricchi del pianeta che possiedono la stessa ricchezza della metà “più povera” (3,6 miliardi di persone). Il problema di fondo di tutto ciò e l’impatto frenante che questa distribuzione così sperequata può avere sui consumi e dunque sul funzionamento dell’economia. Gli 8 più ricchi potranno acquistare anche 20 Ferrari ma mai 3,6 miliardi di paia di scarpe. I meccanismi di evasione ed elusione fiscale tendono a spostare queste grandi ricchezze verso i paradisi fiscali sottraendole alla redistribuzione nei territori in cui questa ricchezza è prodotta.

All’interno di ogni paese la rivoluzione tecnologica, assieme all’effetto della globalizzazione che mette in concorrenza, a parità di qualifiche, lavoratori di diverse aree del pianeta con salari molto diversi produce quella divisione – un terzo/due terzi – delle nostre società che è la radice di molti terremoti politici e sociali.

Il primo terzo è composto dal gruppo degli altamente qualificati, perfettamente a loro agio nella globalizzazione, contesi dal mercato del lavoro e dunque con elevato potere contrattuale, integrati e cosmopoliti che vedono migliorare le loro condizioni di benessere. Gli altri due terzi sono composti da lavoratori a media e bassa qualifica che indietreggiano. Le classi medie che si assottigliano rendono maggioritaria la quota di coloro che vivono la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica come una minaccia. Il problema per loro non è tanto la quantità dei lavori ma la loro qualità e dignità.

Per concludere, il combinato disposto di quarta rivoluzione industriale e globalizzazione rende urgenti due politiche. Investimento intelligente in formazione che aiuti i giovani a risalire la scala del talento e ad approdare a quel terzo di popolazione altamente qualificata. Risposta politica al disagio dei due terzi con iniziative che allevino il problema della scarsa dignità del lavoro. Da questo punto di vista è fondamentale capire che gli strumenti del ‘900 che alzavano il costo e le tutele del lavoro in un solo paese non funzionano più perché non a prova di globalizzazione e delocalizzazione.

Le nuove politiche per il lavoro degno devono agire dal lato della domanda favorendo la diffusione d’informazioni sul rating sociale ed ambientale delle imprese per il voto col portafoglio dei consumatori, costruendo regole di appalto dove gli standard di responsabilità sociale ed ambientale siano decisivi e lavorando sulle imposte sui consumi rimodulate per premiare (penalizzare) le filiere più (meno) sostenibili dal punto di vista della dignità del lavoro.