“Josef mi lasciò insieme all’asina fuori di città e partì di corsa. C’era odore di vino. Le cantine di certo avevano anticipato il travaso per averne da vendere ai viandanti. Ero arrivata al giorno, si stavano aprendo le mie acque. Tornò dopo due ore, desolato. Niente, non aveva trovato niente. Nato a Bet Lèhem, era partito bambino per la Galilea. Non aveva un familiare al quale rivolgersi. La città era sottosopra per il ritorno delle famiglie da censire. Ogni casa ospitava parenti venuti da lontano. Si torceva le mani. Aveva implorato, offerto anche l’asina per un letto, niente. C’era solo una minuscola stalla dove c’era un bue. La bestia, almeno lei, accolse bene gli intrusi, io e l’asina”.

Così scrive Erri De Luca nel suo In nome della madre immaginando la fatica che Maria e Giuseppe dovettero affrontare nei giorni del parto.  Un’immagine così diversa da quella di molti quadri e rappresentazioni che raccontano invece di una Santa Famiglia serena, perfetta e unita.

E d’altronde, a ben guardare, lo scarto tra questo ideale immaginato e dipinto e la realtà che ci viene comunicata dai Vangeli è davvero notevole. Al punto che un amico, Enzo Biemmi, colto e raffinato interprete dei cambiamenti in atto nella catechesi italiana, ha scritto pagine magnifiche tessendo un breve elogio alla rovescia della famiglia di Nazareth.

Elogio alla rovescia della Santa Famiglia

Che, come racconta Erri de Luca, è messa alla prova nei giorni di parto ma anche prima – alla scoperta della gravidanza quando la scena viene occupata da una ragazza da maritare, incinta di una gravidanza non attesa, non cercata, non provocata, fuori dal matrimonio – e dopo, quando la famiglia di Nazareth per sfuggire dalle maglie omicide di Erode, si trova con un bambino minacciato di morte, costretta a fuggire ad affrontare l’esilio in Egitto, un paese straniero e storicamente nemico.

Fuga che vuol dire perdita del lavoro, della casa, del contesto degli affetti, dei riferimenti religiosi, delle radici, delle tradizioni. Scrive Biemmi:

Questa vicenda così unica, a modo suo fa contatto con infinite storie di famiglie emigrate, fuggite da situazioni di morte, perite in viaggio, catapultate in vicende ostili, sradicate e senza riferimenti. Famiglie senza lavoro, senza legami a cui aggrapparsi. Storie di milioni di famiglie.

Il cucciolo d’uomo del Natale

Nei prossimi giorni, celebreremo la memoria di Dio che prende corpo e volto nella vicenda di un cucciolo d’uomo. Una festa che rende evidente la logica di Dio che sceglie di nascere disarmato, fragile e impotente, di fuggire subito dopo i giorni del parto, di fare l’esperienza della migrazione e dell’esilio. Una parabola – quella del Natale – che è molto più del folclore, più della favola innocua del presepe, più della “bella tradizione”: è il cuore stesso del Dio dei cristiani.

Per questo, obbliga ad aprire i nostri orizzonti, a credere che il destino di ciascuno, specie se povero e disperato, braccato dall’insensatezza di un mondo, segnato dalla disuguaglianza, è il riflesso del destino di quel Dio. E’ lui che, in Gesù di Nazareth, nato a Betlemme, chiede a ciascuno la responsabilità di costruire il pezzo di mondo affidato con passione e dignità.

Meno presepi di plastica, meno vangeli e rosari in mano

Ci chiede, infine, di non abusare delle parole. Di non parlare in suo nome. Se proprio non riusciamo a vivere la logica del Natale, che è sempre, anche a costo della croce come insegna l’epilogo della vicenda del cucciolo d’uomo nato a Betlemme,  di condivisione e di accoglienza, cerchiamo almeno di non esibirla. Meno presepi di plastica, meno vangeli e rosari in mano. Più cura per chi sta nel presepe di carne ed è costretto subito dopo a fuggire, più vangeli letti, più rosari recitati. Il resto saprà anche molto di folclore e di buoni sentimenti ma poco di cristiano.