di Daniele Rocchetti su CREDERE

 

La foto ha fatto il giro del mondo. Una foto dura, che fa male quando la si guarda: un piccolo corpo con il volto scavato, le ossa sporgenti. Era di una bambina di nome Amal. Sette anni, yemenita, morta, pochi giorni dopo lo scatto, di fame, in un campo profughi.

Della guerra in Yemen non parla nessuno. Immagino che molti lettori neanche sappiano dove si trova questo Paese. Arabia felix lo chiamavano i Romani per la sua fertilità e ricchezza, oggi luogo di scontro tra potenze regionali, in primis Arabia Saudita e Iran, che hanno trasformato il territorio, riunito in unico Stato dal 1990, nel teatro della peggior crisi umanitaria del mondo.

A farne le spese sono come al solito i civili. Spesso sono colpite le scuole, gli ospedali, i mercati. Una parte delle bombe che vengono sganciate sui civili provengono dall’Italia. Lo stabilimento è nel sud della Sardegna: una delle zone più povere d’Italia. Una fabbrica specializzata in sistemi antimine, testate missilistiche, dispositivi elettronici con spolette. Dallo scorso anno è nato in zona un Comitato nel quale convergono focolarini e buddisti, esponenti della Caritas e Fondazione Finanza Etica, Pax Christi e comunità evangelica. Un percorso non facile il loro. Sanno che per i 200 dipendenti che assemblano bombe quel lavoro è fondamentale. Però non può esserlo a tutti i costi. Specie se la produzione è eticamente inaccettabile e totalmente incompatibile con la legislazione italiana, che con la legge 185 del 1990 impedisce di vendere armi ai Paesi in guerra. Stanno studiando il caso della Valsella di Montichiari che fu, fin verso la fine degli anni Novanta, tra i più grandi produttori di mine antiuomo e poi trasformata ad azienda nel settore automotive.

Ancora una volta, è chiamata in gioco la politica. Speriamo risponda. Ma siamo chiamati in gioco anche noi. Noi che ci indigniamo per la foto di Amal e mettiamo like. E che subito dopo giriamo pagina. Pronti a una nuova foto, a un nuovo like.