Intervento del Presidente delle ACLI di Bergamo Daniele Rocchetti all’Assemblea Provinciale del Partito Democratico
Sabato 24 novembre 2018

Lunedì scorso in un affollatissimo incontro alla presenza di molti giovani, Marco Damilano, su invito di Molte Fedi, ha presentato la figura di Aldo Moro. Il direttore de L’Espresso ha riletto Moro come un uomo che aveva l’idea della politica come “l’intelligenza degli avvenimenti.” Non basta l’accadimento, occorre l’interpretazione. Ma per avere l’interpretazione serve necessariamente un punto di vista. E’ banale ma per avere un progetto, anche politico, bisogna avere un pensiero con un punto di vista. Che dia senso alla direzione da prendere. Non è sufficiente rincorrere l’esistente né, tantomeno, navigare a vista. Allora di fronte ad un assise di donne e uomini che dicono di sostenere un’idea riformista della politica parlare del tema delle disuguaglianze significa  cominciare a chiedere qual è vostro il punto di vista? Da dove vi mettete a leggere, a interpretare la storia? A muovervi nella vostra azione politica?  Dal punto di vista – per riprendere quanto ha detto Prodi nei giorni scorsi a lato della presentazione di un libro – dell’operaio o di chi guida le società? Non possono essere entrambi sullo stesso piano. Non per un politico riformista. Perché altrimenti si va a giustificare ingiustificabile. Come si può giustificare, si chiedeva l’ex premier, che  la differenza di stipendio tra chi guida le società e l’operaio standard sia di 200 volte?  “Accettiamo cose che 30 fa non avremmo minimamente accettato. Nessuno dice niente”. Se è vera la battuta dell’ex premier, significa c’è stata una stagione nella quale molti  – anche coloro che si dichiaravano di sinistra, riformisti – hanno abbassato l’asticella dell’indignazione, si sono abituati ad accettare quello che non poteva essere accettato, si sono arresi impotenti di fronte a ciò che avanzava. O, ed è peggio per chi dice di essere un politico o di fare politica, hanno mancato all’intelligenza degli avvenimenti.  Come è stato possibile? Come è accaduto che ci si dimenticasse per strada l’articolo 3 della Costituzione? “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali

Certo, fanno specie le disuguaglianze nel mondo. Così specie, che da fastidio sentirle. Basta vedere l’ultimo rapporto Oxfam. Che segnala che, per arrivare alla ricchezza della metà più povera del pianeta (oltre 3 miliardi e mezzo di persone) di uomini più facoltosi del mondo non ne servono più 388 come nel 2010, 80 come nel 2014 o 62 come lo scorso anno, ma bastano i primi 8. Oxfam ci dice anche che tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, ovvero 182 volte tanto. E che nel giro di 25 anni potrebbe nascere il primo trillionaire.   Un individuo che possiederà più di 1.000 miliardi di dollari e che per consumarli dovrebbe spenderne 1 milione al giorno per 2.738 anni. E’ un cambio che non ha precedenti nella storia. Fra 5 anni secondo Amnesty International l’ineguaglianza sociale inglese sarà uguale a quella del tempo della regina Vittoria.

Ciò che accende di più l’indignazione è constatare che il progresso scientifico e medico ci mette a disposizione meccanismi in grado potenzialmente di assicurare benessere sostenibile a tutti, e noi li usiamo malissimo. Come dice spesso Leonardo Becchetti: “Lo scandalo dunque non è nei limiti della macchina, ma in quelli del pilota. Non dobbiamo distruggere la macchina, ma guidarla in modo diverso. Per corredare la metafora con qualche altro dato il Fondo monetario internazionale ci ricorda che il Pil mondiale cresce mediamente al 3,7% l’anno. Se la crescita della torta fosse equamente distribuita e se i redditi di ciascun abitante del pianeta potessero crescere al 3,7% l’anno ne avremmo per tacitare qualunque “populismo”.”E invece le drammatiche diseguaglianze che osserviamo, sempre più visibili, sempre meno occultabili nel mondo della comunicazione globale dove i confronti sono immediati, sono un veleno che inquina la vita sociale e mette a rischio la tenuta delle istituzioni e della stessa democrazia.Vale la pena ripeterlo davanti ad un assise di questo genere: la ricchezza senza limiti non è un fenomeno naturale, è una cosa creata dall’uomo, non ha nessuna legittimità, è una cosa illegittima e questo scarto di ricchezza che si sta producendo non ha nessuna giustificazione produttiva, economica, finanziaria e tanto meno sociale. E lascio stare la questione etica.

Associamo questi dati ad un altro elemento. Dopo l’inizio del grande infarto finanziario del 2008 il sistema bancario ha rischiato di scoppiare.  Secondo gli economisti di Yale sapete quanto abbiamo pagato nel mondo per salvare le banche? 12 trilioni di dollari: soldi che non sono andati ai cittadini ma alle banche per salvarle. Ancora due anni fa in Italia, abbiamo tirato fuori 20 miliardi per salvare 4 banche: nello stesso anno nel bilancio della Repubblica italiana, i sussidi per l’occupazione giovanile erano 2 miliardi. C’è qualcuno in Italia che si è chiesto come mai le banche prendevano dieci volte di più di tutti i giovani italiani? A me non è stato di vedere alcun dibattito perché ormai ci siamo tutti abituati all’idea che la finanza sia intoccabile.

Cosa è accaduto per permettere ad un partito che ha messo insieme cattolicesimo democratico e cultura di sinistra,  di accettare supinamente le disuguaglianze, incapace di uno sguardo critico di fronte al pensiero dominante? Come è stato possibile non aver letto, interpretato e soprattutto governato le diverse mutazioni del capitalismo, per ultima quella più recente figlia della grande crisi economica? Esse sono avvenute senza alcun controllo pubblico all’altezza. I cittadini, in questo quadro, si sono sentiti sempre più soli e disarmati rispetto ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, anche perché sono venuti meno per tanti gli strumenti di comprensione delle dinamiche in atto. Una difficoltà che, bisogna riconoscerlo francamente, appartiene anche alle nuove forme della politica, per via della scelta di assumere sempre più modelli organizzativi propri di agenzie elettorali finalizzate alla promozione delle leadership.Così, mano a mano, la politica è stata sostituita con il governo e la democrazia ha assunto forme minime in quanto consente solo la scelta di un governo tra i governi possibili e non, invece, la scelta di valori e ideali, di politiche economiche, ambientali, sociali. E i governi possibili sono sempre dentro un orientamento predeterminato. Nessuno quindi decide nulla. Un politico del vostro partito ripete spesso che ci stiamo rassegnando a un modello nel quale i mercati governano, i tecnici eseguono, i politici vanno in televisione. È così, purtroppo.  Per cui l’ingiustizia è considerata inamovibile, naturalizzata.

Quando non lo è! Papa Francesco ha ripetuto molte volte che “la diseguaglianza e lo sfruttamento non sono una fatalità e neppure una costante storica. Non sono una fatalità perché dipendono, oltre che dai diversi comportamenti individuali, anche dalle regole economiche che una società decide di darsi. Si pensi alla produzione dell’energia, al mercato del lavoro, al sistema bancario, al welfare, al sistema fiscale, al comparto scolastico. A seconda di come questi settori vengono progettati, si hanno conseguenze diverse sul modo in cui reddito e ricchezza si ripartiscono tra quanti hanno concorso a produrli. Se prevale come fine il profitto, la democrazia tende a diventare una plutocrazia in cui crescono le diseguaglianze e anche lo sfruttamento del pianeta. Ripeto: questo non è una necessità; si riscontrano periodi in cui, in taluni Paesi, le diseguaglianze diminuiscono e l’ambiente è meglio tutelato».

La nostra società appare ai cittadini irriformabile perché sono state espulse dal sistema democratico le ragioni di una politica autonoma e la partecipazione. Non è un caso se la stragrande maggioranza dei movimenti spontanei non producono politica ma domanda di politica. A cui regolarmente non viene data risposta adeguata. Popolo senza politica e politica senza popolo sono le condizioni che hanno spianato la strada alle politiche di questi anni e che hanno innescato nuove e vistose disuguaglianze.

Nell’ultimo rapporto dell’Ocse “The role and design of net wealth taxes” l’Italia è indicata come una delle nazioni dove la disuguaglianza sociale è aumentata di più e dove la concentrazione di ricchezza verso l’alto è diventata sempre più evidente negli ultimi dieci anni di crisi. Il 43% della ricchezza è appannaggio del 10% più ricco della popolazione. Detto fuori dai numeri è come se l’ascensore sociale nel nostro Paese si fosse bloccato ai piani bassi. Segno di una società italiana sempre più vicina a una situazione tipica del capitalismo avanzato: forti diseguaglianze e scarse opportunità di mobilità interna. L’integrazione sociale è ormai una questione di pedigree. Non contano né l’impegno né le capacità. Torniamo a fare “parti uguali tra diseguali”?  La questione pare essere solo una: quanta disuguaglianza siamo disposti ad accettare?

Non ci stupiamo dunque se l’Italia è piena di solitudini che trovano nella rete l’unico collettore in grado di accogliere una svariata gamma di stati d’animo. Io credo che se al dolore non viene data alcuna risposta muore la democrazia. La sinistra esiste per liberare le persone dalla loro condizione e quando non si tiene alta questa tensione la politica diventa gestione. Invece è apparso a tanti che questo centro sinistra si è dimenticato il tema delle disuguaglianze e quello che Norberto Bobbio chiamava “lo scandalo della disuguaglianza”, quando diceva che la vera distinzione tra chi è di destra e chi è di sinistra è tra chi avverte lo scandalo delle disuguaglianze e chi non lo avverte. Non solo non avverte più lo scandalo delle disuguaglianze, ma è parsa ai più schierata e identificata molto spesso con chi sta in cima alla piramide sociale. Ha fatto proprie le ragioni di chi sta in cima, ha fatto propri eroi sociali i Marchionne, a suo tempo i “capitani coraggiosi”, i banchieri di sistema, i vertici delle aziende che prendono 200 volte più dell’operaio medio. Si è identificata con quella parte della piramide sociale e ha ricevuto in cambio un sommo disprezzo da chi sta invece alla base della piramide. Basta vedere che cosa è successo nelle città dove le periferie quasi dappertutto hanno lasciato chi “voleva una banca” dimenticando chi fa fatica per portare a casa il pane quotidiano.

Insomma, su questa partita vi giocate la vostra identità, vi giocate il futuro. Ma soprattutto si gioca il futuro del nostro lavoro. Buon lavoro.