Tra le misure più importanti e attese previste dal programma di governo e inserite nella Legge di Bilancio per il 2019 c’è la cosiddetta “Quota 100” (raggiungibile sommando l’età anagrafica e gli anni di anzianità contributiva), ovvero una misura di ripristino della flessibilità nell’accesso alla pensione.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra finanziaria il 15 ottobre scorso, confermando che conterrà una misura di “superamento della legge Fornero”, per la quale “si abrogano i limiti di età per i pensionamenti previsti dalla legge Fornero, introducendo la «quota 100»: si potrà andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi versati, favorendo così chi ha iniziato a lavorare in età molto giovane e al contempo agevolando il necessario ricambio generazionale nella Pubblica Amministrazione e nel privato. Per le donne si proroga “Opzione Donna”, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione”.
Dal momento del suo annuncio, la nuova modalità di accesso alla pensione ha comprensibilmente dato luogo ad un dibattito che ha occupato le prime pagine dei quotidiani ma anche i centralini dei Patronati, sollevando speranze e interrogativi in quanti avrebbero già raggiunto i requisiti richiesti o sono prossimi a conseguirli.
Al momento non è ancora disponibile il testo del provvedimento, cerchiamo comunque di capire – in base a quanto annunciato e alle indiscrezioni di stampa – non solo come dovrebbe configurarsi la misura e cosa andrebbe a modificare rispetto alla normativa vigente, ma anche come andrebbe ad inserirsi nel quadro complessivo degli interventi in campo previdenziale, nonché sul versante della sostenibilità sociale e del sistema nel suo complesso.

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