Quando siamo nati, ognuno di noi, eravamo egoisti e ignoranti. Ogni neonato lo è: ma nei secoli le nostre civiltà hanno costruito un’idea di civiltà, appunto, basata sull’idea che sia meglio per tutti – individui e comunità – essere sempre meno egoisti e sempre meno ignoranti. Filosofie, culture, correnti di pensiero, religioni, hanno attecchito su questi presupposti. Che ci sia un bene comune, che si debbano rispetto e sensibilità agli altri esseri umani, che queste cose e la propria felicità si ottengano anche attraverso l’istruzione, la scienza, la cultura. Ci siamo insegnati ad essere più altruisti e più colti, a cominciare a lavorarci appena nati.

L’egoismo non è una cosa binaria, che o lo sei o non lo sei. Tra l’egoismo assoluto di chi pensi solo a se stesso e l’altruismo assoluto di chi ami il suo prossimo come se stesso, qualunque prossimo dei sette miliardi che siamo, ci sono infinite varianti: e ognuno di noi ne vive una. Quando chiamiamo qualcuno egoista è perché ci sembra che il suo disinteresse per gli altri abbia superato un’idea condivisa di solidarietà ed empatia, elastica ma grossomodo chiara; quando lo chiamiamo altruista è perché ci sembra che sia il suo disinteresse per sé a superarla.

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