Paolo Rumiz è uno di questi: giornalista di razza, colto e appassionato, già conosciuto al grande pubblico per gli splendidi reportages dall’Afghanistan, per i suoi servizi dalle tormentate terre balcaniche, per uno sguardo, insieme obiettivo e coinvolto, con il quale, ogni volta, restituisce volti e storie dentro terre e popoli sentiti troppo alla svelta come “altri” e lontani. In realtà, Rumiz è conosciuto anche per i suoi viaggi che racconta, solitamente ad agosto, sulle pagine di Repubblica. Che siano i quasi 2000 km fatti in bicicletta da Istanbul a Trieste o i 7480 km della Transiberiana che corre dagli Urali a Vladivostok; il viaggio in barca a vela sulle rotte della Serenissima, da Venezia a Lepanto o il percorso di 611 km, a piedi, che porta da Roma a Brindisi sul tracciato, oramai quasi scomparso, dell’antica Via Appia; ogni volta – quello di Rumiz – è un viaggio dell’anima, capace di riportare in superficie un senso delle cose e della storia che pare, a prima vista, smarrito. Il segreto del giornalista triestino sta nel non voler correre dietro ai lettori o alla moda del momento ma nell’inseguire, testardamente, una ricerca personale. Quando lo si legge, si comprende che racconta solo ciò che ha visto e provato. E il suo racconto – anche quando pare essere la voce solitaria di un testimone che grida nel deserto – ha sempre a che fare con l’umanità. Anche quando è nascosta alla vista dei più.

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