Pubblichiamo la riflessione di Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo, su ius soli e integrazione

Non mancavano, certo, solo i voti parlamentari alla fine della scorsa legislatura per l’approvazione della legge sullo ius soli. Né mancava solo la determinazione politica e culturale nelle forze politiche che la avevano (finalmente) messa a punto perché si realizzasse un momento alto di confronto, dibattito riflessione sulla cittadinanza, i diritti, la piena partecipazione alla vita della Repubblica di chi è qui, in Italia, da una vita. Mancava, lo si sentiva, un clima sociale favorevole, o almeno aperto, mancava un pensiero libero, un sentire attento. Non sapremo mai cosa avrebbe mosso nelle coscienze un dibattito serio e pubblico aperto da una scelta politica coraggiosa. Possiamo dire qualcosa di quel clima. Le diaspore nella storia hanno segnato percorsi di dispersione, di sperdimento, di impossibile nuovo radicamento in storie e cammini; e di generazione in generazione si è ereditata la sofferenza e il rancore di chi vive separato. Oppure hanno segnato percorsi di ritrovamento, di avvio in nuovi cammini, e di legame in una nuova e impegnativa appartenenza; e il passaggio generazionale è avvenuto come su una soglia sulla quale ci si lasciava e si inviava. Il tempo presente è tempo di diaspore, di incontri e di movimenti; di sradicamenti e di condivisioni. Molti vivono appartenenze diverse, “deterritorializzate”: a luoghi e legami, a tempi del vivere che sono in tradizioni, culture, diritti, sogni di futuro diversi, vicini-lontani. E vivi, in cambiamento. C’è spazio per la rideclinazione di tradizioni e radici culturali e per l’inizio di nuovi legami. Tutto questo non avviene in modo pacifico, scuote i paesaggi interiori, a volte rompe il rapporto con il futuro o nuovi sensi di colpa. Sul limitare dove quasi un mondo possibile si fa intravedere, lí si vivono smottamenti e pressioni delle paure e delle rabbie, dei risentimenti e delle frustrazioni. Oggi si gioca una relazione particolare tra diaspore, nuovi radicamenti, appartenenze plurali e democrazia (e destino degli stati nazionali democratici). La si gioca sui terreni della cittadinanza, della rappresentanza, dei tessuti dialogali che coinvolgono in racconti comuni memorie diverse. La si gioca tenendo viva la convivenza democratica come esperienza viva di incontro e riconoscimento, di costruzione comune e di riconciliazione, di responsabilità ed equità. In cui scoprire come essere se stessi senza chiudersi all’altro ed essere aperti agli altri senza rinnegare la propria identità culturale. Attenti alla deriva verso una democrazia che sia solo regolazione formale delle relazioni tra le differenze; scarsamente attenta, per altro, alla giustizia sociale. La vita nei frammenti, nelle fratture, nelle paure, per molti è una vita amara e senza speranza. Chiude gli sguardi sulla sola visione di pericoli e di fantasmi di minaccia: l’avvelenamento della rabbia, dell’impotenza, della frustrazione blocca le capacità esistensive delle donne e degli uomini. E si insteriliscono i legami, si evitano le responsabilità, si offuscano i riconoscimenti. Certamente il nostro è anche un tempo di durezza e di rancore, in cui si viene presi dai vortici e dai risucchi in paure e sentimenti negativi. La reattività immediata brucia lo spazio della riflessione, del sentire, del cogliere il valore delle persone, delle cose: il gesto reagisce, impone, costruisce la situazione, disegna il significato, stabilisce la logica. Una logica che non di rado è prepotente, violenta, o menzognera. È così che, a volte, le ragnatele del nostro tempo di durezza prendono dentro l’interiorità di donne e uomini, le comunicazioni tra le generazioni, i comportamenti sociali. Quando la convivenza da molti non è vissuta o sentita come esperienza di riparo e di riconoscimento, quando in essa ci si trova o ci si sente allo scoperto, esposti, allora si può essere facilmente convinti a cercare una sicurezza immunitaria, visto che quella comunitaria pare non tenere. Ci si può illudere che chiedere esclusioni di alcuni da un duro gioco sociale aiuti. I livelli crescenti di diseguaglianza economica e di precarietà e l’indebolimento dei sistemi di solidarietà pubblica portano parti consistenti di popolazione a vivere una condizione di anomia e di disagio. E allora che “gli immigrati svolgono una funzione di ‘disvelamento ‘ di una condizione di fragilità sociale che non appartiene solo a loro, ma che si sta diffondendo alle popolazioni europee”. (Sergio Cecchi) Ciò che è avvenuto nei sistemi economici e sociali e negli apparati di welfare rende sempre più problematico assicurare a chi è più fragile e vulnerabile un efficace processo di integrazione sociale. Si è resi “estranei “gli uni agli altri, sul mercato del lavoro, nei sistemi del welfare: il timore di diventare anche noi “estranei” nella convivenza non crea vicinanza (almeno in prima istanza) ma crea distanza e separazione verso chi questa estraneità la incarna. Il timore è così profondo da venire negato attraverso il rifiuto dello straniero: anche di chi è partecipe della vita economica e sociale da molti anni; anche di chi è nato qui e qui cresce. Anche essi van tenuti in condizioni di estraneità, ai margini del riconoscimento. Lo Stato nazionale nell’impossibilità di controllare e governare le dinamiche economiche e finanziarie trova nelle politiche dell’immigrazione uno dei settori nei quali esercitare autorità (M. Ambrosini), uno spazio operativo e simbolico per il controllo sociale e la costruzione del consenso. Così la costruzione di rappresentazioni sociali che contrappongono aree di vulnerabilità sociale in cerca di opportunità, di rilevanza e successo a soggetti deboli che chiedono diritti ha l’effetto di neutralizzare la domanda di giustizia sociale, di equità e la protesta che potrebbe nascere. Per lunghi tratti del secolo scorso negli Stati nazionali democratici i conflitti sociali sono stati limitati ampliando i diritti sociali, il riconoscimento di soggetti marginali o esclusi e la partecipazione alla vita democratica di parti crescenti di popolazione. Nell’ultima stagione le dinamiche economiche hanno accentuato le diseguaglianze e le esclusioni, hanno reso incerti e diseguali i diritti. Gli svantaggi si cumulano, le storie si separano, i tagli al sistema di protezione sociale accentuano la paura di avere altri competitori per l’accesso a tutele e risorse sempre più scarse. Gli immigrati sono una parte sufficientemente debole e minoritaria, ed evidentemente segnata da diversità per poter svolgere il ruolo di capro espiatorio. Ancor più deboli i loro figli, pure nati in territorio italiano. Sono soggetti i cui diritti possono apparire ed affermarsi solo grazie al riconoscimento di altri già nella pienezza del diritto. Solo un senso di obbligazione dei loro confronti può garantire loro cittadinanza, non una loro capacità di pressione o rivendicazione. Quella obbligazione verso di loro potrebbe nascere se chi di quei diritti già gode si ricordasse di esserseli visti riconosciuti in stagioni di resistenza, di rilancio e di rigenerazione della vita democratica. Avvertendo comunanza di destino anziché ostilità, senso del lascito verso i nuovi nati piuttosto che ansia di separare i loro cammini futuri. Non ci si può proteggere dal timore di scivolare ai margini, nell’estraneità e nella separazione, nell’abbandono, coltivando sentimenti e pratiche di esclusione, di separazione, di misconoscimento, di messa ai margini. Tutto questo non può che rischiare di alimentare processi di sempre più diffusa estraneità, di slegame, di irresponsabilità. E lasciare ancora più spazio alla diseguaglianza, al conflitto, all’esercizio della forza, anche nel controllo sociale. Se si avverte di vivere un tempo di durezza, di incertezza e di declino, un tempo di fine di un’epoca e di avvio verso un difficile esodo, allora, come scriveva Maria Zambrano nel 1941, possono emergere con forza e senza maschere “fondi oscuri” del rancore e del risentimento, prima repressi. È “l’ora della soddisfazione di tutte le impotenze”, ed anche l’ora degli “adoratori del successo”. In essa uno “scetticismo fangoso” sostituisce la pressione per l’esercizio del pensiero. Più recentemente l’antropologo francese Didier Fassin ha scritto di un confronto che negli ultimi dieci anni si è fatto sempre più aperto e duro tra la “ragione umanitaria”, che ha caratterizzato la fine del secolo scorso, e la “ragione securitaria” che ha preso sempre più forza nel secolo presente. In questi anni per molti la convivenza non è (più) una esperienza di riparo e di riconoscimento: in essa ci si trova esposti e vulnerabili, “all’aperto” e senza difese. Le dinamiche economiche lasciano molti senza tutele e incerti.  I servizi, le politiche sociali, le tutele, soprattutto i legami e le relazioni, sono fortemente indeboliti, proprio mentre le incertezze e le paure imprigionano i paesaggi interiori, le rappresentazioni dell’altro e del futuro. La vita si raccoglie in piccoli spazi, in frammenti, in circoscritte solidarietà perimetrate. E le persone investono meno in energia, in pensiero, in affetto nella vita sociale, negli spazi di vita comune. Ieri i conflitti, le sofferenze, le fragilità e le ingiustizie erano, per i più, da fronteggiare con le politiche, con le risorse delle donne e degli uomini in relazione, con trame ed esperienze di comunità, oggi sono fenomeni letti da molti come problemi d’ordine pubblico. L’ansia e la paura spingono ad immediate risposte d’emergenza, legittimano rancori e risentimenti. Il circolo vizioso della ragione securitaria sclerotizza le divisioni e le lacerazioni. Sulla spinta di ansie e paure, e senso di incertezza (non si spera più di conquistare e aprire futuro ma si spera solo di non perdere, di difendere il presente) aumentano divisioni e animosità sociali, prendono forza neo discriminazioni e neo stigmatizzazioni. Prevale la difesa dell’acquisito, il conveniente, la salvaguardia. Nessun pensiero alla giustizia distributiva, all’eguaglianza. Crescono discredito e sospetto verso le azioni e le attitudini umanitarie. Si organizza la dissuasione e la criminalizzazione dell’umanitario. Occorrerà iniziare a riflettere seriamente su cosa cambia nelle persone e nelle relazioni con il ricorso a questa grammatica dell’azione, cosa essa permette di leggere e ciò che lascia invisibile, ciò che permette di narrare e ciò che cela e occulta. È una questione etica, sostiene Fassin, ma è anche una questione scientifica. Il mondo che abitiamo è quello che ci abita, che lasciamo ci abiti. Quello a cui facciamo spazio e possibilità, quello di cui aiutiamo il parto. Se lasciamo ci abiti l’inimicizia, la durezza, l’estraneità allora abiteremo un mondo in cerca di esclusioni e freddezza, inospitale. Alla fine per tutti quanti vi abitano, presi dal sospetto e dalla distanza. Cambiano rapidamente le rappresentazioni di quel che è possibile e di quel che è impossibile, del desiderabile e del temuto. Gli sguardi si impoveriscono e le visioni si inaridiscono. Si dimenticano le grandi motivazioni che hanno reso e possono rendere possibile e fecondo il vivere insieme, il sacrificio, la bontà. Pare essere sempre più difficile, nelle persone comuni e nelle élites politiche non perdere la capacità di sentire e di guardare il tempo che si vive. Non farsi prendere da quell’impoverimento dello sguardo che provoca la paura, la concentrazione sul frammento, la sfiducia, il sospetto. Nei servizi, nei progetti di territorio, nelle comunità e nei diversi centri di ascolto (del pubblico, del privato sociale, del socio-sanitario) si presenta una domanda sempre più forte: di ritrovamento dell’umano, della fiducia di base, dei legami; di rideclinazione delle condizioni di vita e dei progetti personali e familiari; di incontro, di legame, di inclusione e possibilità. Domanda da accogliere ed ospitare: con la quale costruire esperienze. Escludere chi è “diverso”, più disperato, chi è in fuga non fa sentire più sicuri del fatto che quelle domande saranno ascoltate ed accolte. Anzi: fa sentire iniziato il gioco delle esclusioni e della distanza. Nel timore di ritrovarsi, prima o poi, a non essere più di nessuno. Le sfide in atto nella nostra convivenza sono sempre più sfide tra distruttività e generatività. Lo spazio pubblico sta cambiando continuamente. Può essere il luogo delle attenzioni, degli incontri, della cura di esperienze di socialità e condivisione promosse da politiche e servizi, dei riconoscimenti e dell’accoglienza per le sofferenze e la fragilità, per le esclusioni e le fughe, per la diversità. Luogo di aiuto e di diritto. Può diventare, invece, luogo di controlli e di trattamenti, di istituzionalizzazioni e bonifiche, di lavoro per specialisti, di deresponsabilizzazione e di indifferenza. E oggi sta diventando di discredito e di sospetto, e di nuove discriminazioni e nuove etichettature. Specie se la logica securitaria viene contrapposta alla logica umanitaria. Grande è la responsabilità della politica, e delle politiche, nelle comunità e nei territori: queste possono promuovere esperienze di ascolto delle persone e delle famiglie, delle loro storie ed inquietudini, delle loro energie; possono aprire luoghi di riflessività, progetti condivisi e letture della realtà. Possono attivare le dimensioni costruttive, generative, di responsabilità e incontro più che quelle risentite, di chiusura e distruttività, di sospetto e disprezzo. Possono osare parole di riconoscimento e ricerca, di lettura delle questioni non semplificata, di giustizia ed equità. Occorre chiamare le cose con il loro nome, non agitare maschere e fantasmi; domandarsi: cosa è in gioco? quali le prove da affrontare insieme? che responsabilità e che legami abbiamo con ciò che avviene nel mondo? chi stiamo diventando?  stiamo pulendo il futuro per i nostri figli? Saint Exupéry scriveva in uno dei suoi ultimi testi: per costruire una nave, non ordinare di fare questo o quello, risveglia la nostalgia del viaggio! E la bellezza del mare, e la forza preziosa dei legami dell’equipaggio!

  1. Ambrosini, Immigrazione irregolare e welfare invisibile, Il Mulino, Bologna, 2013
  2. Cecchi, “Perché odiamo gli immigrati?”, in Animazione Sociale 318, n4/ 2018, pp 17-27
  3. Fassin, La raison humanitaire, Ed du Seuil, Paris, 2010
  4. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia, 2009