Non era solo nero di pelle, Soumalya Sacko, ucciso a colpi di fucile un paio di giorni fa, né solo un ultimo tra gli ultimi, bracciante agricolo maliano, abitante dello slum di San Ferdinando, nel vibonese, in Calabria, una tendopoli che sorge a fianco di un ex sito clandestino di scorie e fanghi radioattivi. No, Soumalya Sacko era anche un sindacalista. Un sindacalista di base, per la precisione, membro di un unione alternativa alle tre storiche sigle confederali, l’unica che presidia – per virtù o per necessità – i microcosmi di lavori ad alta probabilità di sfruttamento, dai magazzini della logistica sino alla raccolta di frutta e verdura nel Mezzogiorno. Lavori da ultimi, da immigrati.

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