di Rocco Artifoni

«Questa Carta che stiamo per darci è, essa stessa, un inno di speranza e di fede». Con queste parole Meuccio Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione, il 22 dicembre di 70 anni fa presentò il testo in Parlamento, prima di procedere alla votazione finale. E aggiunse: «Abbiamo la certezza che durerà a lungo, e forse non finirà mai, ma si verrà completando ed adattando alle esigenze dell’esperienza storica». Parole che dimostrano la consapevolezza e la lungimiranza dei costituenti nel voler «costruire qualche cosa di saldo e di durevole», il che è possibile soltanto con «uno spirito comune, uno sforzo di unità sostanziale».

In effetti oggi desta stupore come sia stato possibile che politici tra loro molto diversi per storia e ideologia siano riusciti a trovare un così rilevante punto di incontro e di equilibrio. Meuccio Ruini, proprio quel 22 dicembre del 1947, spiegò che «una Costituzione non può più essere l’opera di uno solo, o di pochissimi. Deve risultare dalla volontà di tutti i rappresentanti del popolo; e i rappresentanti del popolo non si conducono con la violenza; l’unico modo, in democrazia, di vincere è di convincere gli altri». Tutto ciò comporta sicuramente anche un vantaggio: «Che tutti i rappresentanti del popolo, tutte le correnti del popolo da essi rappresentate possono dire: questa Costituzione è mia, perché l’ho discussa e vi ho messo qualcosa».

Le attività della Costituente, nel corso di un anno e mezzo, sono la dimostrazione della tenacia che pervase tutti gli eletti e della volontà di assolvere al compito affidato dagli elettori . Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, parlò giustamente di «lavoro instancabile». Ne fanno fedele 347 sedute parlamentari, delle quali 170 esclusivamente costituzionali; i 1.663 emendamenti che furono presentati sui 140 articoli del progetto di Costituzione, dei quali 292 approvati, 314 respinti, 1057 ritirati od assorbiti; i 1090 interventi in discussione da parte di 275 oratori; i 44 appelli nominali ed i 109 scrutini segreti; i 40 ordini del giorno votati; gli 828 schemi di provvedimenti legislativi trasmessi dal Governo all’esame delle Commissioni permanenti ed i 61 disegni di legge deferiti all’Assemblea; le 23 mozioni presentate, delle quali 7 svolte; le 166 interpellanze di cui 22 discusse; le 1.409 interrogazioni, 492 delle quali trattate in seduta, più le 2.161 con domanda di risposta scritta, che furono soddisfatte per oltre tre quarti dai rispettivi dicasteri.

Fu ancora Meuccio Ruini a sottolineare come «l’esigenza dell’opera collettiva, della collaborazione di tutti, in democrazia è l’inevitabile, ed è la forza stessa della democrazia». Per questa ragione – aggiunse profeticamente il presidente della Commissione dei 75 – «quando oggi voteremo, il largo suffragio che daremo alla nostra Costituzione attesterà che, malgrado i dissensi e le lacerazioni, è scaturita dalle viscere profonde della nostra storia, la convergenza di tutti in una comune certezza; il sicuro avvenire della Repubblica italiana». Il risultato è noto: 453 voti favorevoli e soltanto 62 voti contrari.

Subito dopo l’approvazione della Costituzione, Umberto Terracini intervenne in Aula per proiettare il risultato verso il futuro: «L’Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un solenne patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui essa lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore. E noi stessi, onorevoli deputati, colleghi cari e fedeli di lunghe e degne fatiche, conclusa la nostra maggiore opera, dopo avere fatta la legge, diveniamone i più fedeli e rigidi servitori». Non solo: «La Costituzione postula, senza equivoci, le riforme che il popolo italiano, in composta fiducia, rivendica. Mancare all’impegno sarebbe nello stesso tempo violare la Costituzione e compromettere, forse definitivamente, l’avvenire della Nazione italiana».

A conferma di questa impostazione, chiese la parola anche Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio dei Ministri: «Il Governo ora, fatta la Costituzione, ha l’obbligo di attuarla e di farla applicare: ne prendiamo solenne impegno. Noi tutti però sappiamo, egregi colleghi, che le leggi non sono applicabili se, accanto alla forza strumentale che è in mano al Governo, non vi è la coscienza morale praticata nel costume».

A conclusione della seduta, venne data la parola anche a Vittorio Emanuele Orlando, che aveva aperto i lavori dell’Assemblea Costituente, il quale spiegò come si fosse giunti a questo risultato: «Per merito di chi? Di tutti: attraverso i dissensi, malgrado i contrasti, ognuno di noi ha contribuito a quest’opera. E vi è solidarietà, unità, anche fra coloro che hanno sostenuto le tesi più diverse e più opposte, perché in ciò sta la bellezza della libertà parlamentare». E così concluse: «Ora, la Costituzione ha avuto la sua consacrazione laica. Essa è al di sopra delle sue discussioni. Noi dobbiamo ad essa obbedienza assoluta, perché io non so concepire nessuna democrazia e nessuna libertà se non sotto forma di obbedienza alle leggi, che un popolo libero si è date».

A quel punto sembrò che la giornata del 22 dicembre 1947 potesse passare alla storia, ma un deputato a sorpresa chiese la parola, che il Presidente Umberto Terracini immediatamente accordò. Mario Zagari, partigiano già membro del Comitati di Liberazione nazionale (CNL), disse: «Poiché, per ragioni indipendenti dalla mia volontà, non ho potuto partecipare alla votazione finale della Costituzione, dichiaro che, se fossi stato presente, avrei votato a favore». Questo intervento «postumo» dovrebbe costituire il miglior esempio per l’atteggiamento che tutti i cittadini e soprattutto tutti i rappresentanti del popolo oggi dovrebbero mantenere nei confronti della Costituzione della Repubblica Italiana.