Proponiamo un’intervista al professor Ivo Lizzola, docente di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo.

Quale posto viene dedicato al tema della cura nella nostra società che papa Francesco definisce “società dello scarto”? L’uomo ha perso il senso della relazione umana, della cura dell’altro? Oppure ci sono anche segnali diversi? 

Siano in un tempo “senza casa” (Martin Buber, Il problema dell’uomo), in un tempo di esodo in cui prevalgono l’incertezza e l’ansia, il cammino e la ricerca, il disorientamento e il rancore, il pluralismo e gli arcipelaghi di senso. In questo tempo emergono anche risentimenti, chiusure e separazioni, ma si evidenzia la resistenza delle speranze, delle fedeltà e delle cure reciproche, anche tra le generazioni. Non sappiamo dove andiamo e vediamo che vengono meno alcuni riferimenti valoriali. All’interno delle reti familiari e di vicinato avvengono dei processi di distanziamento, separazione dalla vita degli altri, che con fatica vengono vissuti. Ma se da un lato si vivono questi distacchi emergono anche relazioni forti, di resistenza, di rifugio nella solidarietà, nella compagnia. Esistono dei frammenti di cura soldale che persistono, che permettono di reggere, che garantiscono una coesione. Se non ci fossero la conflittualità sarebbe già esplosa in modo dirompente. Emergono quindi dei tratti diffusi di conflittualità che, per fortuna, non sono ancora esplosi.

Siamo in una società dell’incertezza in cui aumentano le vulnerabilità. Come è possibile abitare queste vulnerabilità ed avere cura delle crescenti fragilità? E’ possibile realizzare una nuova convivenza umana capace di costruire spazi di vita comune?

Si…ma bisogna ritrovare una strada. E’ necessario realizzare una sorta di incontro pacificatore con la propria vulnerabilità assumendola come tratto umano. In questa chiave è importante recuperare il senso del limite e della propria libertà. Chi è vulnerabile può affidarsi agli altri. Desidera fidarsi e affidarsi agli altri. La vulnerabilità è una linfa comune per costruire legami attenti. E’ importante giocare le abilità, le capacita e le competenze mettendole in comune. Attraverso una messa in comune della vita è possibile essere a fianco, sostenere queste fragilità. Penso, ad esempio, ad esperienze di spazi familiari, condominiali, di abitazioni che vengono messi in comune. Abbiamo per troppi anni affidato la vita comune ad un ordine esterno fatto di istituzioni e servizi, delegando loro le possibilità di costruire spazi di relazionali. Oggi abbiamo bisogno di costruire un progetto condiviso, di istaurare relazioni solidali che diano fiducia. Come dicevo prima, siamo in una fase di esodo che può portare a una nuova spinta capace di generare nuovi stili di vita e una nuova fiducia verso la propria vita e quella degli altri.

Lei studia da molti anni di relazioni tra le generazioni. Quali difficoltà emergono? Cosa dovrebbero fare gli adulti per dare la possibilità ad giovani di costruire un nuovo inizio? Le relazioni digitali possono avere un ruolo positivo per favore questo processo?

Mi viene in mente quello che dice Agnese Moro riferendosi al padre: “Mio padre aveva la preoccupazione di pulire il futuro dei giovani”. Questa frase è molto bella. A mio avviso gli adulti hanno il compito di pulire il futuro dei figli, dei giovani dalle scorie del passato, dai propri detriti, dal peso dei conflitti passati. In questa prospettiva la Laudato si’ rappresenta un richiamo molto forte alla nostra responsabilità politica e a rivedere in modo radicale i nostri stili di vita; a non operare una separazione tra la dimensione pubblica e quella privata.

Rispetto al tema delle relazioni digitali vorrei sottolineare che siamo di fronte ad un fenomeno che apre ad una dimensione della prossimità e della responsabilità molto ampia. Il rischio del digitale è quello di entrare a far parte di un mondo disincarnato, che ci allontana dalla storia concreta delle persone. Siamo di fronte ad una realtà che si presta a delle ambivalenze, al rischio di costruire forme di relazioni superficiali, emotive. Dall’altra parte però il digitale può essere utile come luogo in cui dare respiro a quello che si vive concretamente. Serve quindi un respiro nuovo tra corpo e virtuale che può aiutare nel vivere la dimensione della cura. Il digitale dà la possibilità di dilatare gli spazi della cura e di raccontare il nuovo. Il digitale può essere un’avventura che ci consente di ampliare i gesti che facciamo nella nostra dimensione locale ospitando tutto il mondo. Ad esempio ricordo la bella esperienza che ha coinvolto i miei studenti, all’Università di Bergamo, nel periodo della primavera araba. Li ho visti partecipare, grazie alle possibilità offerte dal web, all’avventura dei loro coetanei. Avevano conosciuto in Università figli e fratelli di persone impegnati nella primavera araba; li ho visti coinvolti rispetto alle loro sorti e desiderosi di informarsi costantemente su cui che accadeva.

Nel mio ultimo libro Vita fragile vita comune. Incontri con operatori e volontari mosto come il lavoro sociale ed educativo può permettere di leggere e di coltivare il nuovo che sta nascendo. Il tema educativo è a mio avviso fondamentale. L’educazione è per eccellenza il luogo della cura. Purtroppo assistiamo a derive strumentali dell’educazione concepita come addestramento e istruzione. L’educazione è una relazione nella quale prende forma il tempo. Questa va intesa come luogo di cura e costruzione di nuovi legami in cui ci si ascolta e ci si assume una responsabilità reciproca. Come sottolinea il grande pedagogista Bruno Rossi quando si svolge un lavoro educativo si è obbligati alla verità e a scoprire il gusto di dire parole nuove. La scuola non può essere lo specchio della società o limitarsi a replicare nozioni. Deve essere un luogo di anticipazione del mondo, capace di cogliere le domande di futuro che vengono dai ragazzi. L’educazione è la capacità di chiedere ragione, di trovare le parole nuove per dire il mondo. Nelle classi delle nostre scuole non deve ruotare tutti intorno agli insegnanti ma ci deve essere una cura reciproca l’uno dell’altro. La cura quindi deve essere il cuore della ricerca educativa. In questa prospettiva è molto importante gestire il conflitto; un buon conflitto può diventare elemento generativo.

Il lavoro oggi rischia di diventare una esperienza che consuma tempo, vita, relazioni. E’ possibile trasformare i contesti e le esperienze lavorative in luoghi e occasione generative, capaci di costruire nuove relazioni tra uomini, donne, giovani?

Attorno al lavoro, alla sua qualità ed alla sua mancanza si raccoglie, si s’aggruma un cambiamento della condizione umana e delle relazioni di convivenza. Il lavoro svela una questione antropologica che interessa i percorsi identitari, il rapporto con il tempo e tra tempo biografico e tempo sociale, le relazioni tra le generazioni, tra i generi. Siamo di fronte a fenomeni ed situazioni diversificate. Vediamo contesti in cui il lavoro è strumentale e soggiogato a poteri esterni, in cui diventa luogo di espropriazione di spazi di libertà. Il lavoro produce sofferenza, malessere e fa sentire l’uomo affaticato, malato. Il lavoro entra e scuote anche le dinamiche tra le generazioni porta le generazioni a non viversi più nel tempo di generazione in generazione ma a rappresentare se stesse, a volte, come soggetto sociale in competizione con un’altra generazione.

C’è un conflitto tra le generazioni dentro molte realtà dell’esperienza lavorativa. La forza lavoro si sta polarizzando: non si guarda più, in molti contesti lavorativi, alla vita alle persone. Il lavoro umano consuma il rapporto con il tempo, consuma società e consuma relazioni. Eppure lì dentro dobbiamo costruire nuovi percorsi di restituzione, di re-istituzione – utilizzando un temine di Paul Ricoeur – delle forme umane del vivere insieme. Anche il lavoro è uno spazio in cui si resiste e si ri-esiste. Oggi, anche quando si progetta la tecnologia, non si guarda più alle persone che lavorano con uno sguardo antropologico. In questa prospettiva credo che la ricerca filosofica che ha condotto Simon Weil sul lavoro sia ancora di grande attualità. La sua riflessione sottolinea come l’esperienza del lavoro possa diventare umanamente costruttiva, capace di redimere l’uomo, di elevarlo, dandogli la possibilità di un riscatto sociale e di educarsi alla bellezza.

 

Tradizionalmente il compito della cura veniva affidato alla donna e questo decretava di fatto, la sua impossibilità di partecipare allo spazio pubblico. Ora le cose stanno cambiando ma è indubbio che la cura sia circoscritta spesso alla dimensione familiare. Ma la cura non può essere ridotta solo a questo ambito. Bisogna sempre ricordare che l’essere umano è educabile, cioè in grado di realizzare la sua forma propria attraverso l’apporto determinante di azioni di cura. L’uomo è preposto alla cura: è oggetto di cura ed, insieme, ha cura di ossia si preoccupa di molte cose, prendendosene continuamente cura. Oggi, nella nostra vita, le dimensioni della fragilità e della vulnerabilità si ripropongono continuamente, non solo nel momento della vecchiaia, ma anche in diversi contesti e situazioni quando sperimentiamo la cure amorevoli dei nostri figli che ci fanno da padri e madri. Indubbiamente l’aumento del numero di anziani non autosufficienti fa crescere le situazioni di fragilità mostrando come la cura sia diventata una questione sociale, una questione che interpella anche il nostro stile di vita.

I nostri sistemi di welfare da diversi anni sono in crisi e scaricano sulle famiglie tutti i carichi della cura. E queste spesso ricorrono alle donne immigrate che si occupano delle situazioni di fragilità che riguardano i nostri anziani. E’ giunto il tempo di reinventare una forma di relazione tra le generazioni, ricreare un equilibrio generazionale. In questa prospettiva – come ho già sottolineato – è indispensabile la trasmissione da padri a figli di un racconto di vita in cui inserirsi, un racconto che crea identità narrativa e relazionale. Così come è necessario uno scambio della cura tra figli e genitori, tra nipoti e nonni. E’ necessario reinventare un sistema di welfare che sostenga queste reti di relazioni che si prendono cura gli uni degli altri. E’ importante anche recuperare i compiti della cura nei contratti e nelle relazioni sindacali, e quindi anche sul piano dei diritti. Oggi esiste una domanda di buon vicinato, di relazioni più soldali, di cura reciproca. E’ necessaria però un opera di promozione sociale, di tessitura della vita comune che passa per la messa in comune dei tempi, delle competenze, delle esperienze. Il modello di welfare non può essere quindi ripensato solo a partire da una organizzazione migliore dei compiti e delle competenze, ma va anche e soprattutto va ripensato attraverso la riscoperta di un nuova convivenza, di un modo nuovo di stare insieme.

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