“Ci basti la voce del silenzio”, omaggio a Paolo De Benedetti

E’ disponibile presso la nostra sede il nuovo libro omaggio a Paolo De Benedetti, edito dalla cooperativa Achille Grandi.
Per informazione e ordinazioni: info@aclibergamo.it

Il testo nasce come memoria grata nei confronti di Paolo De Benedetti, nel primo anniversario della morte avvenuta ad Asti l’11 dicembre 2016. Raccoglie due conferenze che ha tenuto alle Acli di Bergamo. La prima, venerdì 8 novembre 2002, all’interno del ciclo di incontri “Le religioni e l’altro”, la seconda, martedì 16 novembre 2004, nel ciclo “Le religioni del Libro. Il Libro delle religioni”.

Ecco la prefazione di Brunetto Salvarani:

«Troppe volte nella storia del cristianesimo, e anzi di tutta l’umanità, la morte vince. Tuttavia non possiamo riflettere su questo concetto senza unirlo a un altro, cioè all’eredità. La Bibbia è piena sia dell’una, sia dell’altra situazione, ma nella coesistenza di queste due realtà si rivela, in certo senso, il desiderio di Dio che nulla di buono vada perduto. Ecco perché la morte del giusto, a partire da Abele, ci rivela il coinvolgimento amorevole di Dio nelle vicende umane: e vorrei aggiungere, se mi è consentito, nelle vicende di tutto ciò che ha vita. E che, per dirla con una benedizione liturgica ebraica, riavrà la vita: tu sei fedele, o Signore, nel far vivere i morti. Benedetto tu, o Signore, colui che fa tornare vivi i morti».

Queste righe, Paolo, le aveva firmate in occasione della scomparsa, cinque anni fa, di un suo amico carissimo, con il quale aveva a lungo collaborato: il cardinal Martini. Mi perdonerà se non ho fatto di meglio che rubargliele per applicarle proprio a lui. Del resto, calzano a pennello. Risulta poi difficile, per me, parlare di lui al passato e fare una summa di tutta la sua vita, sempre vissuta in pienezza. Nel bene. A noi, oggi, purtroppo, è dato solo avvicinarci a quella vita, con la certezza di non riuscire a farcela del tutto: a chi non l’ha conosciuto, ogni tentativo di descriverla pare destinato al naufragio. Per chi l’ha conosciuto, invece, ogni tentativo di descriverla risulterà insufficiente o inadeguato. Non resta che leggere di lui, ascoltare i racconti di qualche suo buon amico (siamo in tanti a poterci vantare di esserlo stati!), oppure immergersi nei suoi scritti, spesso occasionali, ma non per questo meno rappresentativi del suo pensiero, come quelli che compaiono nella presente edizione curata dalla rassegna bergamasca di Molte fedi sotto lo stesso cielo. Qui, egli tocca alcuni temi a lui particolarmente cari: la questione dell’alterità e il dono della Torah; in aggiunta, viene riportata una bella intervista curata da Daniele Rocchetti, in cui si ripercorrono diversi motivi conduttori della sua riflessione. Si noterà, una volta di più, che leggerlo fa bene al cuore e rende più leggeri: provare per credere… .

“Carissimo Paolo De Benedetti, prisma multicolore, capace, miracolosamente, di riflettere quanto di buono ci sia nel cuore dell’interlocutore di turno. Cristiano la domenica, ma ebreo tutti gli altri giorni. Sfuggente a ogni definizione esatta, in una società che, troppo spesso, ama le categorie, le identità assolute, che si esauriscono, alla fine, in truce banalità. Ci sei tu, dietro la diffusione delle lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer e dietro ai limerick per Linus; Un’attività, la tua, eclettica e vivace: dalle pagine dell’Enciclopedia europea di Garzanti, alla scoperta dell’ebraismo quale interlocutore necessario della modernità e del cristianesimo postconciliare; dalle docenze generosamente sparse fra Milano, Trento e Urbino, alla Bibbia letta laicamente in quel di Biblia; dagli insegnamenti donati a Uomini e Profeti, fino ai mille convegni organizzati qui e là, che vedevano nel tuo intervento sapiente il grande clou. E, non da ultima, la preziosa eredità di una rivista, QOL, a suo modo unica nel panorama editoriale italiano. Difficile, anzi, impossibile, pronunciarsi a caldo su quale sia la tua eredità maggiore: come amavi sottolineare, se il Talmud sostiene si diano settanta sensi della Torah, cioè infiniti, non dovremmo mai dimenticare che ne sussiste sempre un settantunesimo, quello che il singolo lettore, lui e solamente lui, può apportare. E lo stesso vale per il suo lascito: ce ne sono almeno settanta, cioè infiniti, ma in realtà ciascuno dei suoi molti amici si terrà caro il settantunesimo, quello suo proprio. Da parte mia, c’è soprattutto il senso profondo dell’amicizia e del rispetto delle opinioni altrui, il suo forse proverbiale, se così si può dire, e i suoi giochi di parole, la libertà di pensiero e la devozione per la carta stampata, le lacrime per i bimbi passati per il camino di Auschwitz e la complicità abituale con la sorella Maria, il calore per la Pucchia e per i milioni di gatti sparsi per la casa astigiana e le battute fulminanti, lo scavo costante attorno all’inquietudine di Qoelet e la passione per la teologia narrativa, la diffidenza per la metafisica e il legame con Turoldo, il ciau, così piemontese, e la devozione per la vita in ogni sua forma, la capacità di spiazzare i propri interlocutori e le domande che si riservava di fare a Dio a tempo debito su quanto non gli era risultato chiaro del mondo. Quelle che, di certo, gli sta ponendo ora che ci ha lasciati, domenica 11 dicembre 2016. A partire da quella triste mattinata, si è avviato un inarrestabile fiume di commenti alla notizia, sui social e nei media tradizionali, tanto da far risaltare, almeno in parte, quanti di noi ti sono debitori. Non dimenticheremo il tratto caratteristico della tua personalità, sul quale, forse, non si rifletterà mai abbastanza, ovvero il tuo essere generoso, sempre disponibile all’incontro e all’ascolto. La tua apertura mentale. Il tuo essere rabbenu, maestro nel senso, ormai sempre più desueto, della parola italiana. Del resto, ce ne accorgemmo subito, quando, in un pomeriggio brumoso di un autunno milanese, con gli amici di QOL – ma QOL non esisteva ancora, era la fine degli anni Settanta – ti raggiungemmo, con un misto di timore e tremore, nel tuo ufficio alla Garzanti, forti di aver appreso quasi a memoria il tuo meraviglioso La morte di Mosé e altri esempi. Ne ho un ricordo dal sapore mitologico, ma soprattutto rammento quanto ci prendesti subito sul serio, mentre ti raccontavamo del nostro ritrovarci il sabato sera a leggere la Bibbia, la nostra intenzione di metterci alla sequela di Israele, la necessità che sentivamo di individuare dei punti di riferimento che faticavamo a rintracciare nel nostro mondo. Alla fine del colloquio, capimmo immediatamente che ne avevamo trovato uno, davvero speciale, che non ci avrebbe mai più abbandonato da allora. Innumerevoli gli incontri, le telefonate, i pranzi astigiani in occasione del tuo compleanno, il 23 dicembre, con la presenza di Maria e con te che, ogni anno, fingevi di stupirti del nostro ritrovarci là a festeggiarti, a dirti grazie. Solo una volta mi capitò di interpellarti a proposito di Gesù, in chiusura a un’intervista che sarebbe poi uscita sul quotidiano Avvenire. La risposta fu così felicemente sorprendente che la voglio riportare qui, per salutarti e per invogliare ulteriormente i (fortunati) lettori del presente libretto: «Sono giunto a questa convinzione: a Dio il creato non è riuscito molto bene, tranne il mondo animale: e così sono entrati la morte, la povertà, l’angoscia, la disperazione, i dubbi. Allora Dio, ad un certo punto, di fronte alla sua richiesta agli uomini di credere, ha sentito il dovere di meritarsi la fede dell’uomo, facendo tutte le esperienze dell’uomo: morte, dubbi, angoscia… questo l’ha fatto in Gesù. Certo, Gesù è il salvatore degli uomini, per i cristiani, ma è anche il salvatore di Dio Padre di fronte alla fede degli uomini».”