Per tutti gli italiani è da sempre sinonimo di sconfitta. Ma pochi sanno che fu una grande tragedia di civili che provocò un esodo biblico di 500 mila italiani. Quando i profughi parlavano veneto e friulano.

Il sinonimo di ogni disfatta, per un italiano, porta il nome di un piccolo villaggio adagiato dolcemente sulle rive dell’ Isonzo, poco oltre l’ invisibile confine con la Slovenia; in tutto millecento anime, una ex fabbrica di cioccolato e una piazza-crocevia. Kobarid, il suo nome slavo, non ci dice ancora nulla. È nella nostra lingua che si materializza la memoria della più grande sconfitta militare dell’ esercito italiano, così grave che Mussolini ne aveva perfino cancellato il nome dalle carte geografiche: Caporetto.

Giusto un secolo fa, il 24 ottobre 1917, una manovra lampo concertata dagli austro-tedeschi a fondovalle sorprese le truppe italiane, prendendole alle spalle e lasciandole senza ordini. In poche ore gli eserciti alleati di Austria e Germania arrivarono a Caporetto a passo di carica. La battaglia qui era già persa. E la via per la pianura friulana era spianata.

«Le truppe austriache e tedesche raggiunsero in soli due giorni Cividale del Friuli. L’ esercito italiano aveva perduto in 48 ore quanto aveva conquistato con enormi costi umani in due anni e mezzo di guerra di trincea», commenta lo storico Daniele Ceschin, studioso della Grande Guerra, autore del volume Gli esuli di Caporetto (Laterza). «Gli austro-tedeschi in meno di un mese catturarono 294 mila italiani; e una cifra ancora superiore di sbandati, abbandonate le posizioni sul Monte Nero e il Matajur, si rovesciò in preda al terrore nelle campagne friulane e venete, rincorsi dal nemico». Il generale Cadorna decise allora di ripiegare prima sul Tagliamento e poi sulla linea del Piave, ben più difendibile.

E qui inizia un’ altra storia, meno nota «perché entrata nel cono d’ ombra della rimozione storica di Caporetto», come osserva Ceschin, cioè quella dell’ esodo biblico delle genti friulane e venete: un evento senza precedenti nella storia del Regno d’ Italia. Tutto si consuma in poche settimane, dal 24 ottobre al riposizionamento delle truppe italiane sul Piave, cioè al 9 e 10 novembre, quando gli artificieri faranno saltare gli ultimi ponti sul Fiume sacro alla Patria. Pochi giorni, ma capaci di terremotare l’ intero Triveneto e tutta la nazione.

 

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