L’Isis, che rivendica tutto quanto di orrido succede in Europa e se ne attribuisce il “merito”, mente. Non c’è nessuna regia esterna in questa sequela di stragi organizzate nei garage dei quartieri di periferia delle nostre metropoli. Questo terrorismo va affrontato come affrontammo le Brigate Rosse o l’estremismo nero. Liberiamoci al più presto delle residue pastoie, mortificanti e soprattutto dannose, della teoria dello “scontro di civiltà”

 

La lunga striscia di sangue che attraversa i nostri anni più recenti ha una costante che è impossibile ignorare. A Parigi, all’inizio del 2015, fecero strage (17 morti) i fratelli Chouaki e il loro complice Koulibaly, nati e cresciuti in Francia e ovviamente cittadini francesi. Il 14 luglio di quello stesso anno, nel giorno della festa nazionale, un cittadino francese, Mohammed Bouhlel, travolge con un camion e uccide 86 persone sul lungomare di Nizza. Ancora a Parigi, ancora nel 2015 (novembre), 129 persone vengono assassinate, allo Stade de France, al teatro Bataclan e in altri luoghi, da terroristi con cittadinanza belga e francese, come sono pure quelli che, nel marzo 2016, uccidono 32 persone in diversi attentati a Bruxelles. Un anno dopo, il 22 marzo, anniversario della strage in Belgio, un cittadino inglese (Khalid Masoud), ammazza cinque persone a Londra tra il ponte di Westminster e il Parlamento. Il 22 luglio del 2016 è un diciottenne con cittadinanza tedesca ad aprire il fuoco sui passanti per le strade di Monaco di Baviera, in Germania, e a provocare nove vittime prima di suicidarsi. A Manchester, nel Regno Unito, è un ragazzo inglese a farsi esplodere tra il pubblico di un concerto pop. Bilancio: 22 morti. E a Barcellona, pochi giorni fa, avevano cittadinanza spagnola diversi dei terroristi che hanno fatto strage sulla rambla.

 

 

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