Memoria di Giovanni Bianchi, il nostro grande fratello maggiore

Forse la definizione più esatta di Giovanni Bianchi l’ha data il Presidente Mattarella: “Uomo di vasta cultura e di intensa spiritualità Giovanni Bianchi ha sempre vissuto il suo impegno, nell’associazionismo, nella politica, nelle istituzioni, come servizio alla comunità con un’attenzione particolare verso i poveri, gli ultimi, gli emarginati”. Pensavo a queste parole il pomeriggio di martedì scorso nella chiesa di Sesto San Giovanni gremita all’inverosimile di uomini e donne di tutte le età. Aclisti che si sentivano orfani del loro “Presidente” (benché non lo fosse più dal 1994), politici e sindacalisti ma soprattutto tantissima gente comune che in modi diversi ha avuto occasione di incrociare questa straordinaria figura di cattolico democratico. Un credente appassionato, curioso delle vicende del mondo, consapevole della laicità della politica (e dunque un cristiano che vi entra – diceva –  “deve essere eticamente credibile, professionalmente competente, politicamente abile. In quest’ordine!”),  un maestro tessitore di legami, costruttore di ponti tra persone, mondi e culture. Me lo ripeteva spesso: “mio padre era un partigiano cristiano, i miei zii erano partigiani garibaldini e comunisti. Noi avevamo in casa l’immagine della Sacra Famiglia, i miei cugini quella di Stalin, poi sostituita con quella di Papa Giovanni XXIII”. Perché Giovanni Bianchi ha attraversato con passione e rara lucidità la storia del nostro Paese: docente di filosofia e storia nei licei milanesi e colto intellettuale, consigliere della Dc dalla fine degli anni Sessanta nella Sesto San Giovanni allora chiamata la  “Stalingrado d’Italia”, figura di primissimo piano delle ACLI, prima lombarde e poi nazionali (con lui si chiuse lo “strappo” seguito alla deplorazione di Paolo VI avvenuta vent’anni prima), chiamato da Mino Martinazzoli a rifondare il partito dopo il disastro di Tangentopoli ripartendo dal Partito Popolare, parlamentare e ancora fino all’ultimo attivo come presidente nazionale dei partigiani cristiani. Perché, amava dire Giovanni, “la Resistenza fu lotta di popolo, non di minoranza. Fu un sentire diffuso, ampio, a cui il cattolicesimo democratico non fu estraneo, anzi. Quella lotta non fu l’epopea di una elite combattente ma di un popolo. Ed è così che bisogna raccontarla oggi”.  E poi tutto il resto: la sua passione per la poesia e la letteratura, per la scrittura (dopo ogni nostro incontro tornavo a casa con un paio di suoi libri che mi regalava) e la Parola, l’analisi sociale e l’ebraismo, l’amore per Silvia, compagna fedele di tutta la vita e la gioiosa ossessione per la pace (fu tra i cinquecento, insieme a don Tonino Bello, che nel dicembre di venticinque anni fa giunsero nella Sarajevo assediata dai cecchini), le sue amicizie con padre Turoldo e il cardinal Martini e la frequentazione con don Giuseppe Dossetti (incontro tardivo ma decisivo) e padre Dominique Chenu, un raffinato padre domenicano che preparò il Concilio Vaticano II e che lo aiutò a comprendere il movimento operaio come “luogo teologico”.

Con Giovanni se ne va un altro pezzo di quel cattolicesimo democratico che tanto ha studiato e lavorato per il bene del nostro Paese, un filone che ha generato credenti fedeli al Vangelo e alla Costituzione, che ha saputo, nel dialogo con tutti, custodire terre di mezzo dove uomini di culture diverse potessero incontrarsi.

Ci eravamo sentiti al telefono una decina di giorni fa. Sapevo che non stava bene ma volevo comunicargli la notizia che quel giorno don Giovanni Nicolini (figlio spirituale di quel Dossetti che Giovanni ha tanto amato) sarebbe stato presentato ufficialmente come Assistente Nazionale delle Acli. Silvia ha voluto che gli parlassi e seppur affaticato, Giovanni ha gioito della notizia. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo sentiti. Come mi ha scritto un comune amico carissimo al quale avevo comunicato la notizia della morte: “E’ stato una grazia incontrarlo, pensare con lui, confrontarsi, sperare. Un grande fratello maggiore. Un passo avanti. Prezioso. Il Padre lo sta carezzando.”

Daniele Rocchetti