di Piero Chinellato

Rialzarsi ancora

Non c’è verso. Al terremoto proprio non si riesce a fare l’abitudine. Il reiterarsi delle scosse non attenua l’angoscia, ma la accentua. Quando la “terra che trema sotto i piedi” passa da modo di dire a realtà terrificante, il cuore balza in gola e lì rimane, al punto che per ore si stenta a distinguere il tremore del suolo da quello che si avverte in petto. Se poi le scosse arrivano quando ci si stava appena riprendendo dall’altra serie di “botte” che ci avevano squassato appena due mesi fa, lo scoramento diventa quasi incontrollabile. Non bastasse, allo strazio si è aggiunta la pioggia battente, iniziata con perfida sincronia alle otto della sera di mercoledì 26 ottobre e andata avanti fino a notte avanzata scaraventando giù dal cielo decine di litri per metro quadrato. E ancora, per sovrappiù, il blocco dei telefoni fissi e mobili che, impedendo per decine e decine di minuti di ottenere un cenno dai propri cari, ci ha fatto sperimentare una forma inusitata di menomazione sensoriale.

Ma se noi siamo stati così male a trenta, quaranta chilometri dagli epicentri – vien subito da pensare –, che cosa avrà passato chi sta proprio lì sopra e l’altra sera ha vissuto tutti i 138 secondi della scossa da 5.9 delle 21.18? Inimmaginabile. Ungaretti cesellava la condizione dei soldati della Prima guerra mondiale con i famosissimi versi: «Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie»: quante analogie (stavolta per fortuna non nefaste) coi terremotati! Ciò che è stato prodotto da tenacia, industriosità, sudore, dedizione, genio dell’uomo, può vedere la fine, al pari della sua vita, nell’interminabile istante attraverso il quale le viscere della Terra si torcono e rimodellano. E quel suolo che sobbalza ce lo ricorda possente, facendo sberleffi alla retorica, inchiodandoci alla nostra inesorabile fragilità.

Il rischio di smarrirsi si riaffaccia a ogni nuovo sussulto e per combatterlo vanno messe in campo le risorse del cuore e della mente, la convinzione ragionevole che la “bestia” è sì indomabile, ma che i suoi esiti letali non sono inesorabili. Scongiurarli esige però la rinuncia a ogni pressappochismo e furbizia. Se le scosse ci fanno riscoprire la preziosità della vita, i comportamenti devono essere conseguenti. Celerità e serietà in tutte le procedure, nessuna scappatoia dalle prescrizioni di sicurezza; puntigliosa verifica che le opere vengano svolte a regola d’arte; repressione tempestiva e severa di ogni abuso, sono i passi doverosi che si attendono, incoraggiati dal buon retaggio del terremoto del 1997, che in Umbria e Marche non ha lasciato strascichi giudiziari, come pure dalle prime mosse successive alle scosse del 24 agosto scorso.

La tempestività dell’intervento e le parole chiare del commissario Errani sono il carburante essenziale per rianimare gli spiriti sconvolti da una prova durissima. La solidarietà già fattasi concreta nell’intervento immediato degli organismi dello Stato, nell’azione efficace dei volontari e nella presenza fraterna della Chiesa in un accompagnamento teso a consentire, da subito, condizioni di vita sopportabili e presto soddisfacenti sono la base per consentire agli abitanti di Visso, Castelsantangelo sul Nera, Ussita, Pieve Torina… di tornare a sollevare lo sguardo dalle rovine che oggi li circondano intravedendo per le loro comunità la possibilità di un futuro che salvaguardi vite, relazioni, attività produttive, turismo.

Certo, i centri storici ancora transennati e pressoché disabitati che circondano L’Aquila, con case e chiese sbarrate, sono lì ad ammonire. Ma chi ha goduto della bellezza gentile di Visso non può rinunciare alla speranza di potervi tornare presto, ritrovando oltre al rumoreggiare del torrente e ai begli edifici medievali il manoscritto dell’Infinito di Leopardi lì conservato nel museo ora gravemente danneggiato. La promessa delle autorità non può perciò essere tradita. Le attese e la voglia di ricominciare di una gente tenace e buona non devono essere deluse.

FONTE: www.avvenire.it