Per l’economista Stefano Zamagni in Italia non ci sono né il modello multiculturalista americano né quello assimilazionista francese. «Da sempre qui è in uso il dialogo interculturale: una particolare forma di integrazione che evita gli eccessi degli altri metodi, e la cui idea base è il rispetto di tutte le identità per ciò che sono e che portano»

La questione migratoria, insieme all’aumento della diseguaglianza e alla questione ecologica,rappresenta uno dei problemi più urgenti che affliggono la nostra società. Ora, il fenomeno migratorio è sempre esistito e sempre esisterà, perché le popolazioni devono incrociarsi e arricchirsi a vicenda; nel corso della storia, semmai, è cambiata l’intensità dei flussi.

Nel mondo, dal 2000 a oggi il numero di persone che vivono in un paese diverso da quello di nascita è arrivato al 41%, superando il tasso di crescita della popolazione globale; in l’Italia dal 2000 a oggi la presenza degli immigrati sul totale degli abitanti è passata dal 3,7 al 9,7%, triplicando cioè in 15 anni. E anche se questo dato è inferiore a quello di altri paesi (nella Ue la percentuale di immigrati è del 10,7%, negli USA di oltre il 14%), il fenomeno nel nostro paese ha conosciuto una intensità notevole negli ultimi anni mettendo in difficoltà la società, che non riesce ad accoglierli.

Facile dunque comprendere come l’immigrazione recente abbia posto una serie di problemi, tra cui il principale e più delicato mi sembra quello dell’integrazione, anche per i preoccupanti risvolti in termini di violenza. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che gli immigrati portano con sé una specifica matrice culturale e spesso una forte identità religiosa: come integrarle nella nostra società in modo rispettoso e pacifico?I modelli che vanno per la maggiore sono due: quello multiculturalista americano e quello assimilazionista francese. Nel primo, ognuno può mantenere la propria specifica identità, ma soltanto nel proprio intimo o all’interno del gruppo nazionale di riferimento. Secondo il modello francese, invece, l’immigrato deve spogliarsi delle proprie caratteristiche cultural-religiose e modellarsi su quelli del paese ospitante. Entrambi i modelli, però, hanno fallito, come la cronaca ci ha testimoniato.

In Italia fortunatamente questi modelli non sono mai stati applicati, ma è da sempre invalso il dialogo interculturale: una particolare forma di integrazione che evita gli eccessi degli altri metodi, e la cui idea base è il rispetto di tutte le identità per ciò che sono e che portano, unito alla definizione di protocolli di intesa con i rappresentanti delle diverse culture attorno a principi inderogabili sui quali non si può transigere.

Un risultato che si raggiunge attraverso un dialogo costante e che mira a valorizzare tutti i gruppi, evitando allo stesso tempo la creazione di sacche in cui proliferano agenti impermeabili a qualunque forma di valore sociale condiviso.

FONTE: www.vita.it